don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 11 Giugno 2023

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Delirante amore

Corpo e Sangue di Cristo 2023

Io sono il pane vivo disceso dal cielo

E io sono l’affamato,

io da te imploro ogni giorno briciole di verità,

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io sono costantemente sbranato dai miei desideri

io sono impasto di terra che grida il bisogno che la vita non continui a finire,

io sono un cane che ulula al cielo che continuo a discendere,

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io sono legato a te dalla catena del bisogno,

io sono niente se tu non ti lasciassi mangiare.

Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo

Mangiare te è masticare il divino franato nella debolezza della carne,

tuo il corpo rifiutato, incompreso, massacrato, crocifisso,

mangiare questo pane mi fa paura,

è come farsi mangiare da te, atto violento,

come se l’eternità fosse macina di denti,

frantoio insanguinato,

eppure so che l’essenza torchiata è l’unica luce

in grado d’eternità.

Rimane lo scandalo

il dubbio rimane,

che tutto si giochi qui,

che la carne vada protetta, la vita allungata, i sentimenti custoditi,

che sia il buon senso a dilatare il futuro.

Tu invece sei la mattanza dei sogni di pace,

Tu chiedi morsi a scarnificare le apparenze,

tu ti lasci strappare le viscere

pur di non contraddire l’amore.

Come può costui darci la sua carne da mangiare?

Hanno ragione i Giudei,

siamo noi a dover diventare carne per gli idoli,

noi a sacrificarci, noi a dover immolare noi stessi, noi a soccombere nel segno di una vita sacrificale

che magari non ha nulla a che vedere con te ma che riempie d’orgoglio la nostra illusione di santità.

Siamo noi, da sempre, a doverci immolare alla nostra idea di Dio. Noi, non tu.

Hanno ragione i Giudei. Noi possiamo darti noi stessi. Un Dio che si concede non solo è inutile ma è negazione di quella caricatura del divino che ci portiamo dentro. Se tu ci chiedi di lasciarti mangiare stai uccidendo ciò in cui noi crediamo da sempre, tu uccidi quello che noi chiamiamo Dio.

In verità in verità io vi dico se non mangiate la carne del figlio dell’uomo e non bevete il suo sangue non avete in voi la vita. Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell’ultimo giorno

Mangiarti è diventare te. Questo mi spaventa. Mangiare non è riempire un vuoto ma lasciarsi trasfigurare, trasformazione viscerale: me stesso in te, osare un noi. E così ho paura che le mie carni non reggano, io il mio sangue lo vorrei trattenere e non versare, io non so se riesco Signore, non c’è nulla di eroico in questo, assimilarmi in te significa scomparire, attraversare la passione, significa il rifiuto, significa lo scandalo, l’incomprensione, il fallimento, significa che solo pochi, solo quelli che mi amano davvero potranno intuire la resurrezione.

Io non so se riesco Signore, non so nemmeno se riesco a guardare impunemente chi io amo mentre si lascia sedurre da te, vorrei proteggerli, abbassare le tue pretese, vorrei, in fondo, che non si lasciassero prendere da te, amato mio che nulla risparmi.

Qui non si tratta più solo di “credere” ma di cedere, di consegnarsi e, insieme, di mangiarti, di comprenderti, di lasciarsi invadere. Qui non si tratta più solo di credere, qui siamo alla radice dello sconvolgimento dell’universo. Qui si arriva al punto di poter solo tacere e di non credere più, non credere più a nient’altro che non sia questo duplice abbandono, questo incontro amoroso, questa incarnazione dell’Infinito ancora qui, oggi, in me, in noi. Qui non si tratta più di credere ma di riuscire a sopravvivere a questo delirante amore.

Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue rimane in me e io in lui.

E poi sarà solo rimanere. Tu in me e io in te. Nient’altro che questo. Che solo questo conta, alla fine. E forse anche all’inizio, perché solo questo desiderio di ospitalità ospitata, solo questa promessa di eterna intimità permette di trovare la forza di non retrocedere davanti alle fatiche della vita. La croce si attraversa solo in nome di questa promessa. Solo la paura di non essere più intimo in te, solo il terrore di non trovarti più nel cuore della mia anima, solo questo spinge a non retrocedere davanti al dolore, davanti al rifiuto, davanti a ciò che prova a separarmi da te.

Così intanto chiudo gli occhi, respiro piano, ti imploro di entrare. E spezzerò ancora il pane e berrò dal calice solo per scoprire sempre più l’intimità con te. Solo per farti sempre più spazio. Solo per arrivare a sentire che se tu non mi rimani in me io non sono niente.  

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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