Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 7 Marzo 2019

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Gesù ha interrogato i discepoli sulla sua identità, domanda che è sfociata nella proclamazione di Pietro: “Tu sei il Cristo (il Messia) di Dio” (Lc 9,20). Sorprendente la replica di Gesù: impone “severamente” ai discepoli il silenzio su tale identità, perché, sebbene corrisponda al vero, si presta a letture svianti, soprattutto può dare adito ad attese di tipo politico.

Ed ecco, è Gesù stesso a precisare la qualità della sua messianicità: “Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato … venire ucciso e risorgere il terzo giorno”. Non nega la propria qualità messianica, ma ne dà la chiave interpretativa: la necessità di passare attraverso la sofferenza, il rigetto, la croce. Ma – si badi bene – quel “deve” non va riferito a una volontà crudele di Dio, e neppure a un fato implacabile; è invece un “dovere” che scaturisce dall’incontro della libertà di Gesù con la volontà di Dio che egli discerne nelle sante Scritture. Gesù non cerca la croce! Discerne invece e accoglie, in obbedienza alla Scrittura, un cammino di fedeltà a Dio e agli uomini che lo porterà a vivere nella libertà e per amore anche la più grande contraddizione. Gesù accetta di vivere l’amore fino all’estremo, anche al prezzo di una fine nella vergogna. Sì, la croce è culmine di una vita vissuta nell’amore!

Ebbene, è dal cammino di Gesù che scaturisce il cammino del discepolo. A tutti (v. 23) è data la possibilità di entrare in una relazione vitale con lui; ma la prima condizione richiesta è la libertà: “Sequalcunovuole venire dietro a me …”. A tutti è rivolto l’invito, nessuno ne viene escluso. Tutti però devono sapere che cosa comporta seguire Gesù: le esigenze sono severe, e Gesù mette subito in guardia il futuro discepolo, anche a costo di scoraggiarlo.

“Rinneghi se stesso”: espressione irricevibile per la cultura odierna e anche per una certa “spiritualità” che persegue a ogni costo la realizzazione di sé, la ricerca del proprio benessere interiore. Qui ci imbattiamo in una dimensione che ormai abbiamo estromesso perfino dal nostro vocabolario: la rinuncia. Che non è rinuncia alla propria personalità, non è rinnegare la propria soggettività: si tratta invece di esercitare una vera lotta interiore contro il nostro grande nemico, l’egocentrismo, l’io incurvato su di sé e sui propri interessi, l’io che vuole imporsi sugli altri, che vede nell’altro un reale o un potenziale nemico, e dunque non si apre a parole e gesti orientati alla condivisione, alla fraternità.

“Prenda la sua croce ogni giorno”: prendere la croce (non cercarla!), cioè assumere le contraddizioni, le ingiustizie, le umiliazioni che la vita e gli altri ci possono infliggere, senza stancarci di immettere nel quotidiano germi di bellezza. Anche nelle situazioni più “disgraziate”. Niente e nessuno potrà mai impedirci di vivere il vangelo!

“Mi segua”: è alla luce di questo terzo verbo che vanno compresi i due precedenti. La rinuncia e la croce, per il discepolo, trovano senso “dietro a Gesù”, seguendo le sue orme, in una vita donata, “persa” per amore.

Con una certa crudezza, questo testo ci ricorda una legge fondamentale della vita cristiana, ma anche di una vita autenticamente umana: ciò che teniamo egoisticamente per noi stessi, finiamo per perderlo; ciò che siamo disposti a perdere per amore, lo “salviamo”!

fratel Valerio

Fonte

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Lc 9, 22-25
Dal Vangelo secondo Luca

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: «Il Figlio dell’uomo deve soffrire molto, essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e risorgere il terzo giorno».
Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuole venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua. Chi vuole salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per causa mia, la salverà. Infatti, quale vantaggio ha un uomo che guadagna il mondo intero, ma perde o rovina se stesso?».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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