Commento al Vangelo di domenica 27 Dicembre 2020 – Paolo Curtaz

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Il commento al Vangelo di domenica 27 dicembre 2020 – Anno B, a cura di Paolo Curtaz. Qui di seguito il testo ed il video.

Datti pace: sei amato

Pace in terra agli uomini che Dio ama!

Dio ama gli uomini, e porta loro la pace.

Questo è il messaggio ricevuto dai pastori, i senza-dimora, i senza-speranza, i senza-dignità.

Datti pace, sei amato.

Questo il messaggio forte e chiaro che mi giunge in questo Natale così atipico, stanco, claudicante. Ma autentico come non mai. Così drammaticamente simile a quello che deve avere vissuto il Signore Gesù in quel suo primo, intenso, stordente Natale.

Niente cenone per lui, o parenti a vegliare e sostenere la sposa-adolescente, o fratelli a guardare le spalle alla coppia. Niente del genere.

E la prospettiva di un futuro incerto, di un Imperatore che obbliga a spostarsi, di un re-vassallo folle e infanticida. All’orizzonte già si staglia l’Egitto, la madre di tutte le disgrazie di Israele, il luogo in cui Dio dovrà rifugiarsi per fuggire dalla furia di Erode.

No dai, nemmeno quel Natale è stato granché, diciamolo chiaramente.

Eppure questo è un giorno straordinario.

Dio è entrato nella Storia, non l’ha solo ispirata, indirizzata, assistita.

Vi entra. Si fa uomo, cioè accessibile, incontrabile. È il Dio con noi.

Questo celebriamo in questi otto giorni.

Datti pace: sei amato. Da sempre.

E quel Dio consegnato alla nostra indifferenza, quel Dio intirizzito che si lascia avvolgere dal caldo abbraccio della madre è la misura di quel amore donato, disarmato, osteso.

Santa famiglia

Ma ci vuole una buona dose di follia, nel proporre in questa domenica fra Natale e Capodanno, la festa della Santa famiglia, indicandoci come modello da seguire la famiglia di Nazareth!

Che modello può mai essere una famiglia composta da un padre che non è il vero padre, da una madre vergine e da un bambino che è il figlio di Dio?

E, invece, se abbiamo il coraggio di lasciar parlare gli eventi, qualcosa si smuove in noi.

Perché, come ci dice Luca nel Vangelo che abbiamo appena proclamato, questa è una famiglia concreta, reale, che deve fare i conti con la fatica e la sofferenza, con gli imprevisti e i momenti di stanchezza delle relazioni.

Non è una coppia di semidei. Non ci sono gli angeli a stirare e a fare bucato, a Nazareth.

Non ci sono prodigi che accompagnano la crescita del piccolo Gesù. O miracoli che evitano a Giuseppe di lavorare e di guadagnarsi il pane con fatica.

Questa famiglia è esemplare proprio nella sua vicinanza alle nostre fatiche e stanchezze, alle nostre crisi e ai nostri litigi, alle difficoltà che devono e dovranno affrontare come profetizza il vecchio Simeone.

Nessuna corsia privilegiata, la loro, nessuna eccezione.

Dio nasce e cresce nell’ambiente fecondo e precario delle relazioni famigliari, della quotidianità, degli imprevisti. Come stiamo facendo noi, cercando di mantenere un equilibrio nelle nostre relazioni messe a durissima prova da questa pandemia, con i nostri ragazzi rinchiusi in gabbia e il nostro futuro lavorativo avvolto nella nebbia.

Quanto ci mancano gli amici! E la comunità! E gli abbracci!

E questa strana famiglia ci richiama, più che alla dimensione orizzontale delle relazioni, a quella verticale, a quel Dio da cui nasce e di cui si nutre ogni amore.

Abramo

Abramo è stanco, scoraggiato.

Lui, primo cercatore di Dio della storia, ha avuto il coraggio di lasciare ogni certezza, ogni sicurezza, in età avanzata. Non ha avuto paura ad andare a se stesso, a seguire la voce interiore di quel Dio senza nome e senza volto che lo sfida a mettersi in gioco, che gli promette una discendenza, una progenie infinita.

Ma gli anni sono passati e non c’è nessun erede a rallegrare la sua vecchiaia. Ha preso con sé l’orfano Eleazar di Damasco e, su insistenza di Sara, avrà un figlio da Agar, la loro schiava. Ma la promessa non si è veramente realizzata.

Arriverà un figlio, dopo molto tempo, molte traversie, molte incertezze: Isacco.

Abramo ancora non lo sa ma non è Isacco il destinatario della promessa, ma noi.

Siamo noi, cercatori di Dio, che come Abramo seguiamo la nostra chiamata interiore, ad essere sua discendenza.

Per fede

L’autore della lettera agli Ebrei, anch’egli cercatore, tesse le lodi della fede di Abramo. Una fede messa a dura prova, che ha superato mille scogli, partendo senza sapere dove andava e offrendo suo figlio a quel Dio che glielo aveva donato (salvo poi litigare con Dio per l’assurda prova).

Ha creduto Abramo, si è fidato anche quando il futuro era incerto, anche quando il presente era apparentemente illogico.

Come sta accadendo anche a noi.

No, non sappiamo dove veramente stiamo andando.

Siamo confusi e stanchi da quanto sta accadendo. Non abbiamo certezze, checché ci dicano.

Ma sappiamo che non siamo soli. Che siamo amati.

Datti pace: sei amato.

Anche se parti sulla fiducia, come Abramo.

Anche se, come lui, devi scegliere se avere fede nel Dio compassionevole o quello sadico che ti chiede il sacrificio di un figlio.

Anche se la realizzazione della promessa non è come ti saresti aspettato.

 

Datti pace: sei amato.

Anche se, come Maria e Giuseppe, ti trovi la vita ribaltata come un guanto.

Anche se ti trovi davanti a imprevisti che minano profondamente la tua serenità.

Anche se la banalità di Nazareth ti obbliga a ripensare radicalmente la tua idea di santità e di presenza di Dio.

 

Noi

Allora questa è davvero una festa. La festa di quello che siamo nella concretezza. Festa delle nostre famiglia, così come sono. E delle persone che amiamo, chiunque esse siano (perché l’amore proviene sempre da Dio), fuori dagli stereotipi.

Esiste forse una famiglia meno convenzionale di quella di Nazareth?

Celebriamo la Santa famiglia per rendere sante le nostre famiglie.

Sante, cioè abitate da Dio.

Che gattona per casa, che fa i capricci, che si addormenta ascoltando i racconti delle imprese degli eroi di Israele.

Datti pace: sei amato.

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