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Laura Paladino – Commento al Vangelo del 27 Ottobre 2024

Senza la grazia siamo incapaci di vedere il Signore, restii nel seguirlo, «ciechi e zoppi, partiti nel pianto»! Solo Dio, «Padre per Israele», apre i nostri occhi, fa udire le nostre orecchie, rende forti i nostri passi e feconde le nostre parole; Egli ci «raduna » e ci «riconduce tra le consolazioni», «verso fiumi ricchi di acqua, per una strada dritta in cui non inciamperemo» (I Lettura, Isaia 31); così, «nel tornare, camminiamo con gioia, portando i nostri covoni» (Salmo 125), frutti abbondanti di un seme non nostro, che il Signore ha dato con larghezza e moltiplicato senza riserve sulla Terra, servendosi delle nostre mani e delle nostre vite per il bene del mondo.

In Gesù, per i sacramenti della Chiesa, la potenza di Dio è su ciascuno di noi: egli è il «Figlio» amato del Padre, «sacerdote per sempre», mediatore vero ed eterno (cfr. II Lettura, Ebrei 5); la sua azione offre nuovo vigore, dona vita, restituisce luce. Il miracolo di Gerico si colloca, a chiusura della sezione centrale del Vangelo di Marco, come ultimo evento nel corso del viaggio di Gesù verso Gerusalemme, culmine geografico, temporale e ideale ove si compirà la Pasqua: il Signore sta lasciando la città «insieme ai discepoli e a molta folla» e un cieco, del quale sono detti il nome e la stirpe (si chiama Bartimeo, ed è, come dice il suo nome, “figlio di Timeo”), «siede lungo la strada a mendicare».

Egli è fermo, Gesù si muove; udendo i suoi passi, e sentendo dire che è «Gesù il Nazareno», l’unico «nome dato agli uomini nel quale è stabilito che possiamo essere salvati » (Atti 4,12), il cieco «comincia a gridare» e chiede misericordia. Sa di essere povero, infermo e sa pure, in modo forte, che Gesù è il «Figlio di Davide», il Re-Messia atteso da tutte le Scritture, il Cristo di Dio, ha fede in Lui e non tace nonostante sia invitato a desistere. […]

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