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Card. Angelo Comastri – Commento al Vangelo del 19 luglio 2026

Dio ama il recupero e il ritorno dei lontani

Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.

Link al video

In un mondo dominato dalla fretta e da un’intransigenza spesso tagliente, la riflessione del Cardinale Angelo Comastri ci invita a fermarci e a riscoprire il valore profondo della pazienza divina.

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Partendo dalla nota parabola evangelica del grano e della zizzania, Comastri ci ricorda che il bene e il male coesistono non solo nella società o all’interno della Chiesa, ma prima di tutto nel cuore di ciascuno di noi. La tentazione umana di estirpare con violenza ciò che riteniamo sbagliato si scontra con la pedagogia di un Dio che sa aspettare con la tenerezza infinita di un padre e di una madre.

La vera forza del messaggio evangelico non risiede nel giudizio affrettato, ma nella straordinaria certezza che la zizzania può trasformarsi in grano.

Attraverso gli esempi luminosi di figure storiche come San Paolo, Sant’Agostino, Charles de Foucauld e persino storie drammatiche di redenzione contemporanea, il video ci sprona a non scoraggiarci di fronte al male. L’invito finale è chiaro e profondamente pratico: invece di pretendere il cambiamento altrui, siamo chiamati a convertire il nostro stesso cuore, vincendo la cattiveria quotidiana e affogandola in un’abbondanza di bene.

Trascrizione del video

Sia lodato Gesù Cristo. 16ª domenica per annum. Dio ama il recupero e il ritorno dei lontani. La parabola di questa domenica ci dice con estrema chiarezza che Dio non ha fretta di chiudere i conti con l’umanità; Dio è paziente, Dio sa aspettare perché Dio è amore e l’amore sa aspettare.

Ascoltiamo. Dice Gesù: “Il regno dei cieli è simile ad un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Venne il suo nemico e seminò della zizzania in mezzo al grano”. L’affermazione di Gesù è netta: nel regno di Dio, qui sulla terra, crescono insieme il grano e la zizzania. Dio non interviene frettolosamente e nervosamente per togliere la zizzania, ma attende con la pazienza sconfinata del padre e con la fiducia inesauribile della madre. Quale vero padre e quale vera madre non ha pazienza con i propri figli? A noi però non piace questa situazione perché tutti, più o meno, soffriamo la patologia della fretta, dell’intransigenza, e siamo portati ad essere duri nei confronti dei peccatori — evidentemente quando i peccatori sono gli altri.

Comodo, eh? Ma Gesù con divina chiarezza ci ricorda la situazione del regno di Dio qui sulla terra: il grano cresce insieme alla zizzania, il bene sta accanto al male, i buoni vivono gomito a gomito con i cattivi. Evidentemente la zizzania non viene e non può venire da Dio; noi, con la libertà usata male, possiamo diventare zizzania. Cerchiamo di tenere sempre presente questa situazione e individuiamo alcune precise conseguenze per la nostra vita.

La prima è questa: la mescolanza di grano e zizzania la troveremo dovunque — dico dovunque — a tutti i livelli: nella famiglia, nel gruppo, nella comunità e soprattutto nel nostro cuore. La Chiesa stessa non è la comunità dei perfetti, ma è la comunità dei peccatori continuamente chiamati a convertirsi. Non dobbiamo e non possiamo immaginare una situazione diversa, altrimenti rischiamo di diventare intolleranti e incapaci di vivere nella storia. La pazienza, che non è abdicazione ma intensità di amore, è l’unico atteggiamento che permette di saldare insieme la verità e la carità.

Ed ecco la seconda conseguenza: il male non ci deve scoraggiare, ma ci deve impegnare partendo dal campicello del nostro cuore e della nostra vita personale. Una persona piuttosto inquieta un giorno disse a Maria Teresa di Calcutta: “Possibile, madre, che lei non veda che ci sono tante cose da cambiare anche nella Chiesa? Perché non lo dice?”. La madre rispose: “Certo che lo vedo. Cominciamo io e lei a cambiare: se miglioriamo noi, migliora tutto il mondo, migliora tutta la Chiesa”. Il mondo perfetto è il Paradiso; guai a voler anticipare forzatamente i tempi: non è bontà, ma è violenza che provoca una catena di violenza. San Francesco d’Assisi, San Vincenzo de Paoli, Maria Teresa di Calcutta hanno combattuto il male facendo il bene e moltiplicando il bene. San Josemaría Escrivá disse: “Dobbiamo sconfiggere la cattiveria affogandola con la nostra bontà”. Che bella affermazione squisitamente evangelica!

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Torniamo al Vangelo. I servi dicono al padrone: “Vuoi che andiamo a togliere la zizzania?”. Tutti conosciamo bene la risposta del padrone del campo, che poi è Dio: “No, perché non accada che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano”. Dobbiamo umilmente riconoscere che la proposta dei servi è una tentazione continua dei cristiani non ancora pienamente permeati dal Vangelo. Il desiderio di sradicare la zizzania, infatti, nasce da una forma esagerata di paura del male che Dio certamente non conosce, oppure nasce da un atteggiamento duro e intransigente di difesa del bene, mentre Dio ama il recupero, ama e cerca il ritorno dei lontani.

Ecco infatti il messaggio da non dimenticare: la zizzania può diventare grano. Il buon ladrone era zizzania, ed eccome, ed è diventato grano. San Paolo era un feroce persecutore ed è diventato un apostolo infaticabile. Ricordando il tempo in cui era zizzania, Paolo arriva ad esprimersi così: “Cristo Gesù è venuto nel mondo per salvare i peccatori, il primo dei quali sono io. Ma appunto per questo ho ottenuto misericordia, perché Cristo Gesù ha voluto in me per primo dimostrare tutta quanta la sua bontà, in modo che io fossi di esempio a quelli che avrebbero creduto in lui per avere la vita eterna”.

Sant’Agostino era un autentico sbandato nel pensiero e nel cuore ed è diventato un cantore, un innamorato sincero di Dio, fino ad esclamare con struggente rammarico: “Tardi ti ho amato, tardi ti ho amato, bellezza così antica e così nuova”. San Francesco d’Assisi era un giovane di mondo cresciuto in mezzo agli agi di una famiglia borghese ed è diventato il “santo poverello”, un gigante di umiltà e di penitenza. San Francesco Saverio era un nobile vanerello che sognava di ricostruire il patrimonio della famiglia; è diventato il missionario instancabile dell’Asia, un monumento di dedizione eroica alla causa del Vangelo. Charles de Foucauld era un giovane passionale e immorale, caduto nella bassezza del peccato fino a dire (proprio lui l’ha detto di se stesso): “A 17-18 anni ero completamente egoista, proteso verso il male come se fossi in preda ad una follia”.

Eppure, per grazia di Dio, la zizzania ancora una volta è diventata grano: dall’abisso del peccato ha scalato la montagna della santità, arrivando ad esclamare: “Per la diffusione del Vangelo sono pronto ad andare fino ai confini del mondo e a vivere fino al giudizio universale. Desidero soffrire il martirio per l’amore di Gesù, un martirio di amore totale. La nostra religione sta tutta nella carità, il simbolo della nostra religione è il cuore” (lui teneva nella sua tunica proprio il cuore). E la lista potrebbe continuare: la misericordia di Dio è davvero inesauribile.

Aggiungo soltanto un’ultima testimonianza: Jacques Fesch, giovane parigino ghigliottinato il primo ottobre 1957 a causa di una rapina con conseguente omicidio. Nel carcere incontra Dio e la sua anima si incendia di amore. Pensate, poche ore prima di consegnare la testa alla lama della ghigliottina, egli così scrive ad un amico sacerdote: “Pensa, fratello mio, ancora soltanto qualche ora di lotta fino a riconoscere l’amore. Ha tanto sofferto Gesù per me. Attendo di vederlo. Dio è amore. Sono felice. A Dio”.

Questa è la grande vittoria di Dio: trasformare la zizzania in grano. Questo è il grande desiderio di Dio, lo ripeto: trasformare la zizzania in grano. Però non pensiamo che la zizzania siano soltanto gli altri; attenti bene, sarebbe un grave errore.