In quel tempo, oggi, sempre. Dopo aver vissuto un’esperienza di salvezza profonda, il cuore liberato dall’Amore desidera raccogliere ogni energia per raccontare il mistero, condividerlo per celebrarlo, per riconoscerlo. Riferire per autenticarlo. Spezzare il dono per moltiplicarlo, proprio come quel pane che Gesù ha frazionato per i suoi come segno inequivocabile della sua resurrezione.
Ma il Risorto non si limita alla puntualità di un rito, sia pure il più eloquente di tutti: Gesù sempre desidera incontrarci, abbracciare le nostre vite sostando in mezzo a noi, lungo le infinite strade di ritorno dalle nostre Emmaus, per le quali ci rassicura che quell’intensa esperienza di salvezza non è stata un miraggio, ma la realtà più concreta delle nostre vite. Un’avventura consistente, densa di significato, riscontrabile in carne e ossa, in mani e piedi. Nell’umanità. Un avvenimento tanto solido ed effettivo quanto lo è il cammino dei discepoli.
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La gioia e lo stupore continuano a rendere incerti i loro e i nostri cuori: un Dio così grande da destare un’incredulità plausibile e prolungata. Ecco perché Gesù sceglie di andare fino in fondo nel suo farsi vicino: il Risorto mangia con loro. La più umana delle azioni che ha condiviso con i suoi, la beatitudine dell’amicizia conviviale che siede a tavola e si lascia nutrire. Alla fine, solo dopo, Gesù non esita a chiarire la resurrezione anche con le parole: Maestro e Signore, interprete di ciò che è scritto perché sia sempre più aderente a ciò che è vita testimoniata.
Per Riflettere
Gesù mi invita a far memoria dei passaggi della mia storia nei quali la mia vita è risorta. Momenti bui, ferite di morte che hanno messo alla prova la mia fede e piegato la mia speranza, dai quali un incontro, una benedizione, il mio mettermi in ascolto, nello Spirito, hanno generato resurrezione.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
