Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 7 marzo 2026

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La parabola non è detta per i peccatori ma per gli scribi e i farisei, che sono quelli che non siedono a mensa con Gesù, criticandolo; così come il destinatario di questa parabola è il fratello maggiore che non vuol far festa con il padre.

All’inizio entrambi i fratelli sono nella stessa condizione. Tutti e due stanno nella loro casa paterna malvolentieri; uno va via, l’altro rimane, però come uno sguattero, come un servo, dimenticandosi di esser il figlio. Il figlio minore intraprende un lungo percorso di fallimento e andrà a cercare la festa da altre parti, il suo delirio di autonomia lo guida a cercare divertimento e piacere ma sopratutto a stare lontano dal padre.

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È questo l’inganno umano che tende a pensare che la vita vera è quella libera da ogni autorità e da ogni dipendenza e quando facciamo quello che pare a noi. E la triste scoperta del figlio minore è che non c’è gioia in quello che si procura ma solo autodistruzione. Però proprio lì nel baratro di una vita assurda a pascolare i porci il figlio minore inizierà a riprendere contatto con la sapienza, a risvegliarsi, a capire che era andato a cercare il piacere in giro per il mondo mentre aveva accesso al luogo più bello del mondo, che è la casa del padre dove anche i servi mangiano in abbondanza, dove tutti stanno bene mentre lui muore di fame in mezzo ai porci.

Il figlio minore non sarebbe mai tornato se prima non avesse cancellato la visione di sé stesso come essere autonomo e sopratutto la visione del padre come un antagonista, come esercente una autorità insopportabile. Invece il padre è buono, è accogliente, è amorevole, e il figlio minore riprende la sua vita nella casa del padre e sarà colmato di tenerezza perché così Dio padre tratta l’uomo quando lo ritrova. Invece la condizione del fratello maggiore è molto peggiore, perché lui si è vaccinato contro la bontà del padre, perché è abituato a stare con il padre secondo una logica servile percependo il padre come un padrone e non come un padre.

Inoltre si sente un giusto, perché lavora tanto ed è una vittima perché gli sarebbe bastato un capretto da mangiare con gli amici senza però coinvolgere il padre. Egli non vuol partecipare alla festa perché il suo cuore è solo ed incapace di relazione, schiavo della propria idea di giustizia. Finché non abbandoniamo la nostra idea di festa, di piacere, della nostra realizzazione Dio non ci può dare la sua festa, la sua gioia: siamo troppo pieni di noi stessi. Inoltre il padre lo invita a considerare che esiste una relazione forte con il fratello minore, mentre lui sembra quasi rinnegare con disprezzo la fratellanza (“questo tuo figlio”).

Così facendo parla da servo, da schiavo. E così siamo tutti noi quando passiamo a misurare la vita secondo la nostra giustizia a vedere se gli altri sono nel giusto, se hanno diritti o se non hanno diritti. Spesso siamo quelli che non sanno entrare nella festa insieme al padre perché nella festa ci si entra grazie alla misericordia del Signore. Solo abbandonando la nostra idea di festa riusciremo ad entrare nella Sua realtà di festa che è immensamente più bella e grandiosa della nostra, una festa piena non di diritti ma di infinita misericordia.

Per Riflettere

Dio non smette di essere nostro Padre anche quando di Lui abbiamo un idea sbagliata. Siamo pronti a riconoscere i nostri errori davanti al Padre?

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

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