Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 23 Febbraio 2026

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Gesù ci insegna oggi la preghiera più semplice e più profonda: il Padre nostro. Non una formula da ripetere distrattamente, ma un modo nuovo di rivolgersi a Dio. Prima di insegnare le parole, Gesù corregge l’atteggiamento: “Non sprecate parole”.

La preghiera non è un elenco di richieste, né un tentativo di convincere Dio, perché il Padre già conosce ciò di cui abbiamo bisogno. Pregare è fidarsi, non persuadere. Chiamare Dio Padre significa entrare in una relazione di fiducia e di amore filiale. In questa preghiera tutto è essenziale: la gloria di Dio, il suo Regno, la sua volontà, il pane quotidiano, il perdono, la libertà dal male.

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Non ci sono parole superflue: ogni invocazione tocca il cuore della vita. Il Padre nostro è la preghiera dei fratelli: nessun “io”, solo “noi”. Non si può pregare da soli, perché chi chiama Dio “Padre” riconosce ogni uomo come fratello. Il perdono, poi, ne è il cuore: non possiamo chiedere misericordia se non siamo disposti a donarla.

Gesù lega il perdono ricevuto a quello offerto: è la misura dell’amore che rende autentica la preghiera. Pregare come Gesù significa lasciarsi trasformare dal suo Spirito, imparare a dire “sia fatta la tua volontà” anche quando costa, e credere che ogni giorno Dio ci dà il pane della vita, della parola e della speranza.

Per Riflettere

Il Padre nostro è la preghiera dei figli che si fidano. Pregare è prima di tutto imparare ad affidarsi, l’instaurarsi di una relazione profonda che della stessa preghiera si alimenta.

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

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