Gesù prende come pretesto la domanda di Pietro per metterci davanti a una modalità di perdono insopportabile perché prevede l’infinito moltiplicato sette volte.
Ci sono due debitori: il primo ha un debito così grande che nemmeno dieci vite basterebbero per ripagarlo mentre il secondo ha un debito di pochi spicci.
- Pubblicità -
Al primo viene fatta la grazia non solo della pazienza di aspettare ma anche di avere l’enorme debito condonato.
Il secondo debitore invece, che ha contratto il debito con l’uomo graziato, si ritrova per mano di quest’ultimo gettato in galera.
Come è possibile che un uomo che ha sperimentato una grazia così grande non riesca a fare allo stesso modo con un suo simile?
Gesù ci vuol far capire come il perdono non nasce da una nostra capacità o bontà ma dalla semplice memoria che i primi ad essere stati perdonati siamo stati proprio noi, e che senza la memoria di questa grazia che abbiamo ricevuto non riusciremo mai a farlo anche noi di conseguenza.
Allora il problema diventa un altro: abbiamo memoria di quanto siamo stati perdonati?
Dire in confessione “Non credo di peccare”, o “Sono fondamentalmente una brava persona” non ci aiuta.
Ci sono molti santi sulla terra, ma solitamente i santi dicono che sono dei grandi peccatori e riescono a scovare la loro fragilità nelle pieghe più nascoste della loro vita.
Si perdona solo se si domanda al Signore la grazia di vedere quanto noi stessi abbiamo bisogno di perdono.
- Pubblicità -
E tuttavia dobbiamo esser consapevoli che il perdono non necessariamente muta il cuore di colui che lo riceve.
La potenza e la grandezza del perdono stanno nell’unilateralità con cui l’offeso non tiene conto dell’offesa ricevuta e ricrea le condizioni per la relazione con l’offensore con un atto di totale gratuità fino ad accettare anche di veder rigettato e umiliato il suo gesto.
Il cristiano contempla il pieno dispiegarsi di questa unilateralità del perdono nel Cristo crocifisso.
Questa unilateralità è la via scelta da Gesù Cristo per sconfiggere la mancanza di reciprocità di chi non sa perdonare.
È vittoria del bene sul male, è perdono del rifiuto del perdono, è un evento pasquale.
E qui noi cogliamo un aspetto del perdono che lo assimila alla paradossale potenza della croce.
Il perdono è onnipotente, nel senso che tutto può essere perdonato (“può”, non “deve”: la grandezza del perdono risiede nella libertà con cui è accordato), e al tempo stesso è infinitamente debole, in quanto nulla assicura che esso cambierà il cuore di colui che ha fatto il male né che costui cesserà di fare il male.
In questo senso il perdono cristiano può essere compreso veramente solo alla luce dello scandalo e del paradosso della croce.
Anche sulla croce la potenza di Dio si manifesta nella debolezza estrema del Figlio.
Il Cristo crocifisso è colui che dalla croce offre il perdono anche a chi non lo chiede, ma questa unilateralità del suo amore è l’unica via per aprire a ciascuno di noi il cammino della salvezza e la possibilità di vivere gioiosamente le relazioni con i nostri fratelli, liberi dal peso del rancore e dell’odio.
Per Riflettere
Riconoscere i propri peccati e la propria fragilità, chiedendo a Dio la grazia di sentirsi perdonati e di saper perdonare, piuttosto che illudersi di essere giusti.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
