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don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 9 agosto 2026

La mano che salva

Gesù aveva appena sfamato la folla. Un giorno bello, pieno di gioia. E cosa fa subito dopo? Il Vangelo dice che «subito Gesù costrinse i discepoli a salire sulla barca» e li manda avanti, da soli, mentre lui sale sul monte a pregare, «in disparte». Rimane «lassù, da solo».

Quante volte succede anche a noi: un momento bello, una domenica di grazia, e subito dopo la vita ci rimette in barca, da soli. Il lunedì mattina, la sveglia, il lavoro, le bollette, i problemi in famiglia. La barca riparte, e a volte il vento è contrario.

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Infatti la barca dei discepoli «distava già molte miglia da terra ed era agitata dalle onde». Pensiamo a una madre che di notte non dorme perché il figlio non è ancora tornato. Pensiamo a chi aspetta i risultati di un esame medico, o a chi ha perso il lavoro e non sa come pagare l’affitto. Il vento contrario ha mille facce, ma il cuore che lo sente è sempre lo stesso: un cuore che fatica, che rema, che teme di non farcela.

E proprio in questa notte buia, Gesù viene. Cammina sull’acqua. Ma i discepoli, invece di riconoscerlo, si spaventano ancora di più: «È un fantasma!», gridano dalla paura. Curioso, no? Anche a noi capita: quando Dio si avvicina nella prova, a volte facciamo fatica a riconoscerlo. Pensiamo che sia un’altra disgrazia, e invece è proprio Lui che viene a cercarci, nel momento più buio.

Gesù allora parla, e le sue parole sono un abbraccio: «Coraggio, sono io, non abbiate paura!». Non dice “smettila di aver paura” come un rimprovero. Dice: sono io. È la sua presenza che scioglie la paura, non uno sforzo di volontà.

Ed ecco Pietro, il più impulsivo di tutti. Dice: «Signore, se sei tu, comandami di venire verso di te sulle acque». Gesù risponde con una parola sola: «Vieni!». Pietro scende dalla barca, lascia il legno solido sotto i piedi, e comincia a camminare sull’acqua. Finché guarda Gesù. Ma poi «vedendo che il vento era forte, s’impaurì» e comincia ad affondare.

Ecco il momento più vero di tutto il Vangelo. Pietro non affonda perché il vento è cambiato: il vento c’era anche prima. Affonda perché sposta lo sguardo da Gesù alle onde. Succede a tutti noi. Finché guardiamo a Cristo, nella preghiera, nella Messa, nella fiducia di ogni giorno, riusciamo a camminare anche nelle acque più agitate. Ma appena cominciamo a fissare solo i problemi, i conti che non tornano, la diagnosi, la lite in famiglia, allora affondiamo.

E cosa fa Pietro quando affonda? Grida: «Signore, salvami!». Due parole. Non un discorso elaborato. Solo un grido vero, come quello di un bambino che chiama la mamma. Ed è forse la preghiera più bella che possiamo portare a casa oggi. Quando la vita ci sommerge, non serve trovare le parole giuste: basta gridare “Signore, salvami”, ed Egli è già lì.

Il Vangelo dice infatti che «subito Gesù tese la mano, lo afferrò». Subito. Non aspetta. Non fa prediche in quel momento. Prima salva, poi, saliti sulla barca, gli dice con dolcezza: «Uomo di poca fede, perché hai dubitato?». Non lo rimprovera per essere affondato, ma per aver dubitato mentre camminava. Perché quella fede, anche piccola, lo aveva già fatto camminare sull’acqua.

E infine, il vento cessa. E tutti nella barca si prostrano dicendo: «Davvero tu sei Figlio di Dio!».

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Anche la nostra barca — fatta di famiglia, di lavoro, di salute, di relazioni — attraversa notti di vento contrario. Ma Cristo cammina su quelle stesse acque per venire a cercarci. E quando la paura ci fa affondare, basta un grido sincero: “Signore, salvami”. Lui è già lì, con la mano tesa. Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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