Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 6 maggio 2026

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Vangelo del giorno di Gv 15,1-8

Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto.
Dal Vangelo secondo Giovanni.

In quel tempo, disse Gesù ai suoi discepoli:
«Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. Ogni tralcio che in me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato.
Rimanete in me e io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in me. Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in me, e io in lui, porta molto frutto, perché senza di me non potete far nulla. Chi non rimane in me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano.
Se rimanete in me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli».

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Parola del Signore.

Possedere una vigna, coltivarla, era una delle attività dei contemporanei di Gesù. E, in diversi racconti bilici, l’immagine della vigna descrive il popolo di Israele. Israele è la vigna piantata con cura e perizia dal vignaiolo, Dio, che si aspetta, ovviamente, dopo tanta fatica, di poterne ottenere un vino delicato e sincero.

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E da questa immagine sono nate molte pagine straordinarie, dolenti, lamenti dei profeti che, per conto e in nome di Dio, si lamentavano con Israele, la vigna, di non portare i frutti sperati.

Ma qui, oggi, Gesù spinge la metafora, vi apporta una novità potente e densa di significato. Non solo più Dio è descritto come vignaiolo e Israele come la vigna da lui piantata e accudita. Gesù paragona se stesso ad una vite.

Una vite cui sono legati i tralci, i discepoli, noi, che ricevono dalle radici linfa vitale per portare frutto. È un salto di qualità nella comprensione di Dio che solo Gesù poteva spiegarci. Non più un contadino e il frutto della sua fatica. Ma il contadino che diventa albero. Vite, in questo caso. Il creatore diventa creatura.

L’immagine non parla più soltanto dello stretto legame fra lavoro e prodotto della fatica e del sudore. Gesù stesso si identifica nella vite. Non esiste una vite senza tralci. Non esiste un tralcio senza vite.

Come può un tralcio vivere senza essere intimamente legato al ceppo? Come può nutrirsi se è staccato dalla vite che lo genera? Che lo attraversa con la sua linfa vitale come un sangue che scorre nelle vene?

Ecco allora l’invito che il risorto rivolge a ciascuno di noi: rimanete. Dimorate. Restate.

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Azioni che indicano costanza, fedeltà, impegno, ascesi, allenamento. Se in qualche modo siamo stati sedotti dal Vangelo, se abbiamo fatto esperienza di Cristo nella nostra vita, se il risorto è più di un ricordo, di un fantasma, se abbiamo visto e creduto, se la nostra mente si è aperta all’intelligenza delle Scritture, se lo abbiamo riconosciuto allora sappiamo che senza Cristo non possiamo fare niente. Non possiamo fare più niente.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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