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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 28 giugno 2026

Tutti noi possiamo accettare a tavolino che non è giusto amare padre, madre o figli più di Te. Se siamo sinceri scatta immediatamente nella nostra testa un “ma”, un “però” e lasciamo stare ciò che questo Vangelo ci dice.

Passiamo ad altro e così non abbiamo neanche particolari sensi di colpa. Dopo parli di croce, di accogliere i discepoli, i profeti, i giusti, di dissetare i piccoli. Tutte cose che o non capiamo veramente o non ci troviamo a dover fare, per cui ci danno poco fastidio. Eppure… rimane l’impressione di aver perso un’occasione.

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Quell’amare “più di Te” cosa significa veramente? Leggendo i testi con attenzione come spesso accade abbiamo qualche sorpresa. Ad esempio scopriamo che quel “di più” significa originariamente “sopra”. Le cose cambiano. Tu non ci chiedi di fare la hit parade di chi amiamo di più, come si fa – cosa imbarazzante – con i bimbi piccoli: “vuoi più bene alla mamma o al papà”? Non siamo liberi di scegliere chi amare di più, è un dato di fatto. Tu ci chiami però a ricordare che se amiamo tanto tanto i nostri genitori, i nostri figli, più di ogni persona al mondo, non è per quello che loro diventano Dio. Non stanno “sopra” ad ogni altra creatura.

Il legame di amore che ci unisce alle persone care per la stragrande maggioranza di noi ha una concretezza, una quotidianità che la fede in Te non ha e, forse, neanche può avere. Ma ciò non toglie che ciò che è giusto e ciò che è sbagliato se lo dici Tu ha un peso, se ce lo dice il pargoletto treenne che sta facendo i capricci ne ha – ne “dovrebbe avere” – un altro. Sappiamo che – sì – è la mamma che ci coccola quando siamo giù e ci porta il brodino di pollo se abbiamo la febbre, ma sei comunque Tu Colui che ci salva.

Per inciso – non so se lo avevate notato – nella lista di coloro che non dovremmo amare divinizzandoli, mettendoli sopra di Te, non compaiono lo sposo e la sposa. Il cuore di chi ama la teologia del matrimonio qui gioisce: vuole dire che la via indicata nell’amore degli sposi non corre il rischio di confondere l’altro, l’altra con Dio. Forse addirittura significa che amare per bene il proprio sposo, la sposa, e amare Dio è in fondo la stessa cosa. Non fate i furbi: la “croce” di cui si parla subito dopo non è una battuta sul matrimonio.

La parola “croce” che incontriamo qui è una grossa novità nella Bibbia. È la prima volta che questo termine che poi diventa uno dei più utilizzati nel linguaggio cristiano si trova nella Bibbia. Era uno strumento di tortura e di morte che veniva da romani, greci e fenici – gli ebrei non si sporcavano le mani, loro lapidavano – e aveva la caratteristica di esporre il condannato allo scherno. Ci potevano volere giorni per morire, era il reality show delle pene capitali. Allora qui si parla di cos’è che ci fa morire ogni giorno, pubblicamente.

Certamente è il tempo che passa ma poi anche la solitudine che ci fa inacidire. L’incapacità di perdonare e di chiedere perdono. La fatica ad amare e a lasciarci amare, che genera la solitudine. Ci chiedi di prendere su di noi quella “nostra” croce. Non la Tua, che siamo noi, che è la nostra salvezza. Quella la porti Tu. Noi dovremmo portare la nostra. Il contrario della croce è essere convinti di avere trovato, di avere in mano la nostra vita. Di poterla tenere per noi stessi, averne il controllo.

Prometeo per quanto romantico e meraviglioso non è nell’elenco dei santi. C’è invece chi incappa nella distruzione e nel fallimento radicale ma rimane comunque nell’amore verso di Te. A questo punto del Vangelo non è più chiaro a chi Ti rivolgi. La lettura liturgica individua come destinatari gli apostoli ma potrebbero essere tutti i discepoli e in definitiva ogni uomo. C’è per tutti la richiesta di un cambio radicale di mentalità, sia nello sguardo che rivolgiamo alle persone che amiamo – che non dobbiamo divinizzare – sia in quello che rivolgiamo a noi stessi.

La croce non è più ciò che dobbiamo temere. La distruzione che essa causa, se riusciamo a portarla nelle Tue mani, diventa fonte di vita. Al contrario del tentativo di diventare padroni di noi stessi e del nostro destino. A questo punto rientriamo nell’orizzonte del discorso missionario, sono le cose che dici a tutti noi chiamati a testimoniare il Tuo amore. Riguardano non i discepoli ma coloro che li accoglieranno come profeti, giusti e piccoli assetati.

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Anche qui però non è così semplice. Il profeta e il giusto vanno accolti “nel nome” di ciò che sono. I piccoli che hanno sete vanno dissetati “nel nome di discepoli”. Non parli di una generosità umana che si ferma al gesto di bene in sé, che pure è una cosa stupenda. Scegliere i propri maestri, compiere atti di generosità può riportare a quel trovare, impadronirsi della propria vita di cui parlavi prima. Qui si tratta di riconoscere nei profeti, nei giusti e nei piccoli un dono del Tuo amore.

don Claudio Bolognesi