p. Roberto Pasolini, OFM Cap. – Commento al Vangelo del 27 Marzo 2026

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Vangelo del giorno di Gv 10,31-42

Cercavano di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani.
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, i Giudei raccolsero delle pietre per lapidare Gesù. Gesù disse loro: «Vi ho fatto vedere molte opere buone da parte del Padre: per quale di esse volete lapidarmi?». Gli risposero i Giudei: «Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio». 
Disse loro Gesù: «Non è forse scritto nella vostra Legge: “Io ho detto: voi siete dèi”? Ora, se essa ha chiamato dèi coloro ai quali fu rivolta la parola di Dio – e la Scrittura non può essere annullata -, a colui che il Padre ha consacrato e mandato nel mondo voi dite: “Tu bestemmi”, perché ho detto: “Sono Figlio di Dio”? Se non compio le opere del Padre mio, non credetemi; ma se le compio, anche se non credete a me, credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me, e io nel Padre». Allora cercarono nuovamente di catturarlo, ma egli sfuggì dalle loro mani. 
Ritornò quindi nuovamente al di là del Giordano, nel luogo dove prima Giovanni battezzava, e qui rimase. Molti andarono da lui e dicevano: «Giovanni non ha compiuto nessun segno, ma tutto quello che Giovanni ha detto di costui era vero». E in quel luogo molti credettero in lui.

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Parola del Signore.

Il profeta Geremia, avvertendo terrore intorno a sé a causa della scomoda profezia di cui si è fatto portavoce, trova il modo di non smarrire la fiducia nel Dio che lo ha scelto, chiamato e inviato al suo popolo. Proprio nell’ora in cui il suo cuore si trova avvolto dalle tenebre dell’inimicizia, l’uomo di Dio mantiene accesa la fiamma della preghiera:

«Ma il Signore è al mio fianco come un prode valoroso» (Ger 20,11).

Anche il Signore Gesù, davanti a quei Giudei che raccolgono di nuovo pietre per lapidare la sua scomoda profezia, decide di percorrere la strada del dialogo e dichiara apertamente la forza indistruttibile del suo legame con il Padre:

«Credete alle opere, perché sappiate e conosciate che il Padre è in me e io nel Padre» (Gv 10,38).

Parole di questo spessore — con le quali si ricorda e si annuncia la profondità di una relazione che fonda il vivere e anche il morire — non si possono improvvisare nel momento del pericolo, quando l’angoscia dentro di noi cresce in maniera proporzionale all’ostilità che circonda noi, i nostri desideri, i nostri progetti. Sono piuttosto il frutto di un lungo e sofferto cammino, gli ultimi versi di un poema maturato nella notte della persecuzione e nel silenzio della solitudine.

Ascoltandole nel cuore della liturgia di questo giorno di Quaresima, siamo invitati a cogliervi non tanto un’eccellente esemplarità di fede, quanto una sublime rivelazione della dignità del nostro essere uomini e donne, creati nella libertà di fronte al Dio che non salva dal terrore ma nel terrore. Sia al profeta Geremia sia al Figlio di Dio non è risparmiato un cammino di maturazione nella sofferenza per rimanere fedeli alla loro storia e alla loro missione. Anzi, il momento della persecuzione si offre loro come occasione di esprimere — non solo a parole — tutta la fiducia che il cuore ha saputo coltivare nella silenziosa manifestazione di un Dio sempre presente eppure mai pienamente visibile. Del resto è sempre questo il modo con cui il dinamismo della conversione prepara e porta a compimento l’avventura della fede: attraverso la trasformazione del grido di terrore in canto di speranza:

«Signore degli eserciti, che provi il giusto, che vedi il cuore e la mente, possa io vedere la tua vendetta su di loro, poiché a te ho affidato la mia causa!» (Ger 20,12).

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Per autenticare la grazia del nostro Battesimo in Cristo ed entrare nelle esigenze del mistero pasquale, occorre saper accogliere, non giudicare e, infine, trasfigurare i sentimenti che accompagnano quei momenti in cui la nostra vita diventa scandalo per gli altri e mistero per noi stessi. Celebrare anche nell’oscurità l’alleanza con il Dio conosciuto nei giorni di luce è il frutto bello e maturo che l’Incarnazione del Verbo vuole portare dentro la terra di ogni uomo e di tutta l’umanità. Eppure anche noi, al pari dei Giudei, fatichiamo a credere che la salvezza possa essere un movimento dal basso verso l’alto, e corriamo il rischio di ascoltare come affermazione blasfema l’incondizionata offerta di amore con cui il Signore intende cambiare tutti i nostri giorni:

«Non ti lapidiamo per un’opera buona, ma per una bestemmia: perché tu, che sei uomo, ti fai Dio» (Gv 10,33).

La Scrittura che «non può essere annullata» (10,35), né dal mistero dell’odio né dal veleno dell’indifferenza è il decreto che, fin dalla notte dei tempi, ha stabilito il nostro essere «dèi» (10,34) in forza del nostro poter essere figli, sempre ascoltati: «Nell’angoscia invocai il Signore, nell’angoscia gridai al mio Dio: dal suo tempio ascoltò la mia voce, a lui, ai suoi orecchi, giunse il mio grido» (salmo responsoriale).

Fonte

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