Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 30 Gennaio 2026

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Parabole di fiducia e speranza

Siamo alla fine del capitolo in cui l’evangelista Marco ci presenta Gesù che come un seminatore getta il seme della sua parola per far luce sul “mistero del Regno di Dio”.

Regno che è lui stesso, la sua persona, la sua storia. Gesù è la Parola che pone la sua tenda in mezzo a noi (cf. Gv 1.14). Gesù è il Dio che attraverso l’incarnazione si immerge nella “terra” che è l’uomo, la creatura che lui stesso ha formato sporcandosi le mani con le nuda terra, plasmandola a sua immagine e somiglianza dandole vita con un soffio proveniente dal profondo del suo cuore.

Il seme è gettato ovunque. Il seminatore è disattento… o piuttosto è magnanimo, e le prova tutte per avere un frutto, animato dalla fiducia e dalla speranza nella forza di quel seme. E quindi quella parola è affidata a ogni “terra” possibile, ovvero a ogni essere umano.

E i primi versetti del brano di oggi esprimono questa fiducia e speranza. Addirittura è sufficiente che il seme sia gettato. Non si specifica più in quale terreno e neppure è necessario che il seminatore faccia qualcosa in più. Quel seme interagisce con il terreno, si consuma per il contatto con l’umidità, i minerali, i batteri e con la sua energia, da solo, da sé, diviene capace di germogliare e crescere e portare frutto. Il seminatore è descritto come colui che continua la sua vita e con pace, con pazienza accetta lo scorrere del tempo. Ha gettato e raccoglierà (cf. Qo 3,1-11)…infatti ecco già prospettata la mietitura, il frutto che “subito” si affretta a raccogliere.

Anche a noi che leggiamo, che ascoltiamo oggi questa parola è chiesto un atto di fiducia, di speranza, di pazienza. La parola ci raggiunge nella “terra” di cui siamo fatti e comunque sia lavora, opera, cresce, germoglia… 

Certo noi vediamo i nostri limiti: sassi, spine, pochezza di profondità, preoccupazioni possono ostacolare il processo di crescita del seme. Ma il seme non si ferma, perché è un seme buono, è il segno della benevolenza di Dio che “ha tanto amato il mondo da mandare suo Figlio” (Gv 3.16). Quel seme è Gesù stesso che prende parte alla storia dell’umanità e nella sua vicenda mostrerà che neppure la morte sarà in grado di spegnere quella volontà di vita. Dopo tre giorni nel cuore della terra risorgerà! La parabola del seme che cresce da sé ci apre allora alla prospettiva pasquale della vita che è più forte della morte.

E la seconda parabola di nuovo infonde fiducia e speranza. Non c’è da temere se ci vediamo piccoli, insignificanti, fragili. Quel seme più piccolo di ogni altro, nel grembo della terra diviene fecondo, cresce e diviene un albero che dà la sua ombra a tutti gli uccelli del cielo. La parola “seminata dentro di noi” (Gc 1,21) è capace di trasformare noi stessi e renderci segno della presenza di Dio nella storia e nell’umanità, capaci di dare pace, ristoro, gioia a chi è attorno a noi.

E viceversa ci illumina sul fatto che ogni uomo può divenire per noi occasione di comunione con il Signore perché ogni uomo è sua immagine e somiglianza. E possiamo trovare in lui pace, riposo, gioia.  

fratel Marco

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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