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Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 29 agosto 2026

Ascoltate oggi la sua voce!

La vicenda narrata in questo brano inizia a partire da una parola scomoda, simile a quella che ci sarà capitato di sentire almeno una volta nelle nostre vite: “Non ti è lecito…” (v. 18). Giovanni ricorda non solo ad Erode ma a tutti (cf. Lc 3,7-14) che essere uomini e donne significa riconoscersi creature limitate, soggette allo scacco e sostanzialmente impotenti. Un messaggio particolarmente indigesto per chi, come Erode, aveva a disposizione cortigiani pronti ad adularlo, ma che forse è antipatico anche per noi, soggetti come siamo al canto delle molte sirene che ci promettono orizzonti in cui ottenere tutto e subito.

Quando una voce ci pone davanti alla realtà, abbiamo di fronte a noi due opzioni: una semplice ma a volte amara, darle ascolto; l’altra più variegata e tremendamente facile, metterla a tacere. Ciò avviene in due modi, diversi ma non contrapposti, come ci suggerisce l’assonanza tra i nomi degli altri due protagonisti: Erode e la sua moglie-gemella Erodiade, i due volti dell’orgoglio che non tollera limiti. Erode rappresenta la versione più bonaria, in apparenza buona, di questo orgoglio: mette sotto chiave la voce scomoda e quindi affetta interesse per le parole di un profeta ridotto a giullare di corte e prosegue come se nulla fosse (è interessante notare il suo comportamento simile con Gesù: cf. Lc 23,8-12). Erodiade incarna invece l’orgoglio feroce, che pretende non solo il silenzio, ma anche l’eliminazione fisica di ogni minaccia. Certo, Erodiade voleva uccidere Giovanni e l’unico ostacolo ai suoi piani era proprio Erode che però, a ben vedere, era già il suo migliore complice. I desideri della moglie sarebbero rimasti chimere se il suo maritino non avesse imprigionato Giovanni (cf. Lc 3,18-19).

Ed è sempre il maritino che, manovrato a dovere, presenta ad Erodiade ciò che vuole su un vassoio, non sappiamo se d’argento. Quello che sembra un momento di debolezza di Erode è in realtà un momento di profonda e drammatica verità. Dietro a quel “chiedimi quello che vuoi e io te lo darò” (vv. 22-23) c’è, senza più maschere, il delirio di onnipotenza che presto o tardi coglie chi è vittima del proprio orgoglio. Cedere alle proprie inclinazioni, rifiutare ogni richiamo e ogni limite non è una strada su cui sia facile fermarsi, perché Erode si trova costretto a una nuova scelta: la sua dignità o la vita di colui che vorrebbe “proteggere”. Così, per non perdere la faccia davanti ai suoi invitati, Giovanni deve perdere la testa (cf. vv. 26-27).

Siamo così giunti all’ultimo movimento: l’omaggio reso dai discepoli a Giovanni. Coloro che avevano ascoltato la sua voce rendono testimonianza a colui di cui oggi facciamo memoria. E noi? La voce che ci richiama alla nostra verità, alla fedeltà a Dio e alla terra, non può essere ignorata troppo a lungo senza che la nostra vita diventi prigioniera del peccato. Nessuno di noi corrisponde ai personaggi di questa storia, vecchia di quasi duemila anni. Ma guardiamoci dal credere che le stesse dinamiche non avvengano oggi, e diamo ascolto alle voci che ci richiamano quando l’orgoglio ci fa perdere di vista la nostra fragilità di creature amate da Dio.

fratel Federico

Per gentile concessione del Monastero di Bose.

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