fra Stefano M. Bordignon – Commento al Vangelo del 13 Febbraio 2026

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Il nostro battesimo non è un ricordo lontano, una data scritta su un registro: ma è una sorgente che continua a scorrere dentro di noi. In quel giorno siamo stati immersi nella vita di Dio, segnati come figli, resi capaci di ascoltare la sua voce e di parlare con la nostra vita.

Il Vangelo ci racconta che Gesù incontra un uomo che è sordo e parla a fatica. Lo prende in disparte, gli tocca le orecchie e la lingua, alza gli occhi al cielo e dice: «Effatà», cioè «Apriti». È un gesto semplice e profondissimo. Gesù non compie uno spettacolo: restituisce a quell’uomo la possibilità di entrare in relazione, di ascoltare, di esprimersi, di vivere pienamente.

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Anche nel battesimo è accaduto qualcosa di simile. Su di noi è stato pronunciato un “Effatà”: le nostre orecchie sono state aperte per ascoltare la Parola, la nostra bocca per annunciare il bene, il nostro cuore per accogliere l’amore di Dio. Ma spesso, crescendo, qualcosa si richiude: il rumore, le ferite, la stanchezza, la paura ci rendono sordi e muti dentro.

Questo Vangelo ci ricorda che Gesù continua a ripetere su di noi quel “Apriti”. Non si stanca. Ci invita a tornare alla grazia del nostro battesimo, a fidarci di nuovo, a lasciarci toccare.

Ripartiamo da lì: siamo figli amati, capaci di ascoltare il bene e di dirlo con la vita. Lasciamo che il Signore apra ciò che si è chiuso, e camminiamo con coraggio, perché chi si apre a Dio scopre una vita più vera.

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