In chiesa a me piace dormire
Da quando mi ha confessato che, al suo cuore, io “valgo di più”, ho iniziato un’altra vita. Era giorno di burrasca, vento contrario, la direzione era ostinata e contraria. Celebrando l’eucaristia, fiutò la mia preoccupazione e, da gran poeta, l’accarezzò: “Quand’esci, al primo passero che incroci, fermati e guardalo».
L’ho visto spensierato, un passero, sulla tapparella dove aveva il nido: nessun colore sgargiante, pigro, un po’ sporco. D’allora li scorgo un po’ dappertutto, al mercato non costano granchè: «Due passeri non si vendono forse per un soldo?» Poca roba, mi pare. Eppure – dice Lui – «nemmeno uno di essi cadrà a terra senza il volere del Padre vostro». Due passeri per un soldo, una confidenza ad altissima concentrazione d’amore: tu (cioè io) «vali più di molti passeri» si ostina a dire al mio cuore quand’è in stato agitazione. La fa facile il Cristo: mettendomi davanti un passero – ripeto: nessun colore sgargiante, uccello che passa inosservato, non certo una specie rara da proteggersi con cura – mi assicura che, per Lui, il mio nome è: “Valgo più di”.
E’ d’allora che, quotidianamente, mi prendo il lusso di entrare in chiesa (le telecamere del carcere lo possono attestare) per curare la mia fede. Il che non lo faccio solo celebrando l’Eucaristia, ma anticipandola con un pisolino d’un quarto d’ora. In galera, tutto sommato, tengo una santa tranquillità: “Sei tanto ingenuo, stai attento!” mi dicono per mettermi sull’attenti. Sono attentissimo: a non farmi fottere dalla paura, più che dalla guerra al male, armato di Vangelo. Per questo, prima di celebrare l’Eucaristia, m’appisolo. Nelle ventiquattr’ore precedenti mi segno tutte le apprensioni che tentano di fottermi il cuore: “In quel quarto d’ora di sonno proverò a risolverle” mi dico. In quel quarto d’ora, poi, le risolvo così: le metto da parte e schiaccio un pisolino. Sentirmi in colpa? Ho Teresa come mio avvocato difensore: «Preoccuparsi è dimenticarsi che Dio ha cura di noi» (T. di Lisieux). Dormo, poi prego. E lascio fare a Dio.
Preoccuparmi degli uomini? Ho smesso da tempo: m’è bastato accorgermi di quanto raramente pensino a me per capire che non valeva la candela stare in ansia per il loro giudizio. Poi, senza scomodare Dio, faccio la manutenzione del cervello con la logica: se oggi è un bellissimo giorno, mai dimentico che oggi è il domani che mi preoccupava ieri. “Previsione sbagliata di preoccupazione” dico alla mia ansia. Nei pressi della grande muraglia cinese, m’incuriosì che in tanti scattassero foto ad un cartellone. Chiesi, gentilmente, alla guida di tradurmelo: «Che l’uccello dell’ansia e della preoccupazione voli sulla tua testa, tu non puoi impedirlo. Puoi, però, evitare che costruisca il nido sulla tua testa».
Minacciano invitandoti a tacere o a parlare come vogliono loro? Mi urino addosso dalle risate: «Voi non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo ma non hanno potere di uccidere l’anima». Provano ad agitarmi? Se c’è una soluzione perchè agitarsi? E se non c’è nessuna soluzione, perchè preoccuparsi. L’unica avvedutezza – è l’unico mio cruccio – è di non giocare con Dio e i suoi misteri: «Abbiate paura di colui che ha il potere di far perire nella Geènna l’anima e il corpo» (cfr Mt 10,26-33). I martiri – cucinati nelle graticole, presi a sfottò dal mondo (versione aggiornata dell’antico martirio) – sono lì sul calendario per farmi da promemoria: “Si sono presi il corpo, ma la nostra storia ha spiccato ancor più il volo”. Classico: “Acqua in un trivello”.
Dimostrare il mio valore? Ho cose più ammalianti da fare. So di valere così tanto agli occhi di Dio – «Tu vali più di molti passeri, Marco!» – che l’avventura di dimostrare il suo valore la lascio a chi è convinto di non averne e, dunque, ha la necessità di dimostrarlo. Io, nel frattempo, faccio il mio pisolino quotidiano con Dio, a casa sua: ho scoperto che si dorme da Dio con Dio. Uno che, fatti bene i conti, porge il risultato: «Vali più di». Vero ch’è disposto a dirlo a tutti, altrettanto vero è che non per questo appare ingiusto con qualcuno. Accettare per credere.
Per gentile concessione di don Marco Pozza – Fonte
