Perdere tutto per trovare tutto
Le parole che il Signore ci affida oggi sono dirette e chiare. Sentire il Maestro dire: «Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me», può quasi spaventare. Come può colui che è l’amore fatto carne chiederci di amare di meno la nostra famiglia?
In realtà, Gesù non ci sta chiedendo di spegnere i nostri affetti, ma ci sta svelando il segreto per farli brillare davvero, senza rovinarli. Pensiamo alla ruota di una bicicletta. Affinché giri bene e ci porti lontano, tutti i raggi devono essere saldamente agganciati al mozzo centrale. Se il centro è solido, ogni raggio trova la sua tensione perfetta e la ruota non si piega. La nostra vita funziona allo stesso modo. Se al centro del nostro cuore mettiamo saldamente Cristo, tutti gli altri amori — per il marito, per la moglie, per i figli, per i genitori — trovano il loro equilibrio.
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Quando, invece, mettiamo una persona al centro assoluto di tutto, le carichiamo addosso un peso che non può sopportare. L’amore rischia di diventare possesso. Gesù ci dice semplicemente questo: metti me al primo posto. Solo così sarai davvero libero di amare tuo figlio lasciandolo crescere senza soffocarlo, e di amare chi ti sta accanto desiderando unicamente il suo bene.
Con la stessa chiarezza, il Signore aggiunge: «E chi non prende la propria croce e non mi segue, non è degno di me». Che cos’è questa croce? Non significa andare a cercarsi le sofferenze o vivere rassegnati. La croce è il coraggio di scegliere il bene ogni giorno, anche quando costa fatica. È il padre di famiglia che svolge un lavoro pesante pur di portare il pane a casa onestamente. È la pazienza infinita di chi assiste un genitore anziano che ha perso la memoria, rinunciando al proprio riposo. Chi porta questi carichi quotidiani con amore, sta già camminando dietro a Gesù.
Subito dopo, il Vangelo ci consegna un paradosso meraviglioso: «Chi avrà tenuto per sé la propria vita, la perderà, e chi avrà perduto la propria vita per causa mia, la troverà». Lo vediamo spesso: chi calcola tutto e non regala mai un momento agli altri per timore di sprecarlo, alla fine si ritrova con il cuore vuoto. Chi si dona, invece, fiorisce. Una madre che passa la notte sveglia per calmare il figlio che piange perde le sue energie, ma sta costruendo un legame che riempie l’esistenza. L’amore chiuso in se stesso per paura di consumarsi si spegne; l’amore donato generosamente si moltiplica.
Questa logica del dono si allarga poi all’accoglienza: «Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato». Ogni volta che apriamo la porta a chi è nel bisogno, a chi è forestiero, a chi è stanco, non lo facciamo soltanto per lui: lo facciamo per Cristo stesso, che in quell’uomo o in quella donna si fa presente.
E Gesù conclude con l’esempio più umile e, insieme, più rassicurante di tutti: «E chi avrà dato da bere anche un solo bicchiere d’acqua fresca a uno di questi piccoli perché è un discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa». Un bicchiere d’acqua fresca è un gesto semplicissimo, quasi impercettibile. Eppure, agli occhi di Dio, porta in sé un valore infinito. Gesù ci sta dicendo che non occorre compiere imprese straordinarie per camminare nella sua grazia. La santità si nasconde nelle cose minime di ogni giorno: in un sorriso sincero regalato a chi è stanco, in un posto ceduto, in una telefonata per ascoltare chi si sente solo. Se compiamo questi gesti ricordandoci che in chi abbiamo di fronte si cela il volto di Cristo, quel semplice bicchiere d’acqua diventa pane per molti.
Apriamo dunque le mani, lasciamo andare le nostre paure, e iniziamo a donare con fiducia: scopriremo la gioia di una vita piena, che rinasce nuova ogni mattina. Amen!
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
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Don Lucio D’Abbraccio
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