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don Lucio D’Abbraccio – Commento al Vangelo del 19 luglio 2026

La pazienza di Dio

C’è una domanda che da sempre abita l’animo umano di fronte alle fatiche della vita e alle ingiustizie: da dove viene il male? Il Vangelo di oggi ci offre una risposta limpida. Gesù ci dice che «il regno dei cieli è simile a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo». Poi, però, accade l’imprevisto. Di notte, «mentre tutti dormivano», arriva l’avversario e sparge la zizzania, un’erba infestante che nei primi tempi è del tutto identica al grano buono. Alla domanda stupita dei servi, la risposta del padrone non ammette repliche: «Un nemico ha fatto questo!». Gesù dice le cose come stanno, senza nascondere la verità, e lo spiega chiaramente ai suoi discepoli nella casa: «il nemico che l’ha seminata è il diavolo».

​Quando vediamo il male o qualcosa di sbagliato, ci viene spontaneo reagire come i servi del Vangelo. Vorremmo eliminare il problema alla radice, distruggere chi sbaglia, risolvere tutto subito: «Vuoi che andiamo a raccoglierla?». Ma facciamo molta attenzione, perché il campo di cui parla Gesù non è soltanto il mondo là fuori. Il campo è il nostro stesso cuore. Non ci sono da una parte i buoni perfetti e dall’altra i cattivi da scartare. Il bene e il male sono mischiati dentro ognuno di noi. Lo vediamo su noi stessi: nello stesso giorno siamo capaci di fare un bel gesto d’amore e, subito dopo, di dire una cattiveria che ferisce.

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​Ecco perché il padrone ferma l’impeto distruttivo dei servi: «No, rispose, perché non succeda che, raccogliendo la zizzania, con essa sradichiate anche il grano». Dio ci chiede di avere pazienza: «Lasciate che l’una e l’altro crescano insieme fino alla mietitura».

​Questo è il modo meraviglioso, e a volte difficile da capire, in cui Dio ci educa. Pensiamo a un genitore che scopre un errore grave o una bugia in un figlio. Se quel genitore si lascia accecare dalla delusione e interviene in modo spietato, convinto di risolvere il problema in un istante, rischia di spezzare per sempre la fiducia del figlio. Agendo così, distrugge anche l’amore e il bene che quel ragazzo porta in sé. Pensiamo al nostro ambiente di lavoro, o alla nostra stessa parrocchia: una persona commette uno sbaglio, e noi la giudichiamo per sempre, senza darle una seconda possibilità. Dio, invece, ha una pazienza infinita. Dà tempo al bene di crescere e spera fino all’ultimo in un miracolo: il cambiamento del nostro cuore. In un campo l’erba cattiva non può diventare grano, ma una persona può sempre pentirsi, cambiare vita e tornare a fare il bene.

​Nel frattempo, il bene non sta fermo, ma opera senza farsi notare. Gesù ci rassicura dicendoci che il Regno è «simile a un granello di senape» e «simile al lievito». Il bene lavora nel silenzio delle nostre giornate. Un sorriso sincero donato a una persona anziana che vive da sola, un perdono offerto dopo un litigio in famiglia senza pretendere di avere ragione, una preghiera detta da una mamma o da un papà accanto al letto del figlio che dorme. Agli occhi del mondo sembrano cose da nulla, «il più piccolo di tutti i semi», eppure hanno una forza invisibile che fa crescere tutta la nostra vita, diventando un grande albero capace di offrire riparo agli altri.

​Attenzione, però, a non scambiare la pazienza di Dio per debolezza. Il Signore ci dona tempo per cambiare strada, ma questo tempo ha una fine. Gesù ci ricorda chiaramente che il giudizio ci sarà: «La mietitura è la fine del mondo». Quando arriverà quel giorno, gli angeli raccoglieranno chi ha scelto il male di proposito e lo getteranno nella «fornace ardente». La giustizia di Dio trionferà: il male sarà tolto per sempre e non avrà l’ultima parola.

​Il nostro compito, oggi, non è quello di fare i giudici pronti a condannare subito gli altri, ma di essere seminatori umili e instancabili. Coltiviamo il bene nel nostro cuore e in quello di chi incontriamo, anche quando le difficoltà sembrano soffocarci. Viviamo con la fiducia che, in quell’ultimo giorno, potremo far parte di una promessa bellissima: «Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro».

Portiamo questa grande speranza nelle nostre case e nelle nostre giornate. Facciamo in modo che questo Vangelo non sia solo un bel racconto ascoltato per caso, ma diventi un seme buono capace di mettere radici profonde nella nostra vita. Il Signore desidera proprio questo per noi. Per tale motivo, alla fine del suo discorso, non ci saluta in modo distaccato, ma ci rivolge un appello accorato e personale, chiedendoci con tutto il cuore di non far cadere nel vuoto le sue parole: «Chi ha orecchi, ascolti!». Amen!

Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.

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