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don Claudio Bolognesi – Commento al Vangelo del 20 settembre 2026

Abbiamo qualche problema con quel “sei invidioso perché sono buono” che ci manda in crisi. Il termine in sé significa “malvagio” – e così viene tradotto di solito nel Vangelo di Matteo -, cattivo in quanto ferito, dolorante.

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Qualche tempo fa ad un incontro in cui si parlava del Paradiso il relatore si chiedeva come potesse esserci gioia perfetta se qualcuno ne resta fuori e quel “qualcuno” magari è mio figlio, mia madre. Di fronte all’idea che, fatta salva l’esistenza dell’inferno – che è verità di fede -, ci ritroveremo tutti in cielo – così sosteneva un grande teologo – una signora presente era palesemente insoddisfatta. Perché sentiva di esserselo meritato a forza di preghiere, scelte difficili e sacrifici, e non era disposta a farci entrare chi quella fatica non l’aveva fatta.

Il secondo nodo da sciogliere è quel “sono buono”. La nostra coscienza sindacale ci dice che così la bontà si confonde con l’ingiustizia. Un grande filosofo, profondamente credente, sosteneva l’idea di un Dio libero di fare tutto ciò che vuole, per assurdo anche il male.

Un paradosso, perché il male non è un frutto della libertà esercitata per quello che è, nel bene, ma ciò che nasce quando rinunciamo ad essa. Quindi Signore, se sei buono e vuoi dare la paga di un giorno ai pigri che hanno lavorato solo un ora, ok. Però nella Tua bontà, nella Tua grande ricchezza, a chi ha faticato tutto il giorno sarebbe giusto che riconoscessi di più. Eppure sembra che Ti stia tanto a cuore questa storia degli ultimi che diventano primi, il fatto di volerli premiare… Che, francamente, fatichiamo a capire.

La parabola insiste moltissimo sul ruolo del “padrone di casa” di cui si dice prima di tutto che è “uomo” e nel Vangelo sappiamo bene che questo termine è associato a “figlio” e riferito a Te. Per cinque volte si ripete che “esce”, un altro dei verbi che il Vangelo ama e ci dice di una volontà d’incontrare l’altro non nel mio territorio ma nel suo, fuori dalla nostra comfort zone.

Però poi non è che si facciano sconti all’operaio delle cinque del pomeriggio. La traduzione “senza far niente” è gentile, si poteva lecitamente rendere con “pigri”. Come spesso capita la parabola vuole essere un pugno nello stomaco: nessun proprietario assume manovalanza alle cinque – ma neanche alle三, a mezzogiorno o alle nove -. L’appuntamento in piazza per chi vuole lavorare è all’alba.

Il fatto che la paga sarà la stessa ci dice che il padrone non è un disperato che deve fare buon viso a cattivo gioco. Implica invece il fatto che sia ricchissimo, tanto da poterselo permettere. Torniamo però alla domanda di prima: perché T’interessano tanto gli ultimi, quelli la cui collaborazione non fa la differenza?

Quasi sicuramente c’è un motivo storico: nel cammino della salvezza gli operai dell’ultima ora sono i discepoli, siamo noi. Nei primi anni del cristianesimo questo era palese. La storiografia ebraica raccontava di millenni di prodigi compiuti dal Dio d’Israele per salvare il popolo eletto. Al cui confronto le piccole e fragili comunità cristiane potevano vantare solo il Tuo Vangelo di Messia crocifisso.

Oggi però non è più così. A noi questo fatto degli ultimi che diventano primi davanti a Te fa riflettere riguardo il fatto di chi veramente sia importante ai Tuoi occhi. Chi è fondamentale nella Tua opera, chi è operaio nel Tuo Regno.

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Qui incontriamo un’interessante categoria, quella dei “pigri”, che fino ad ora non hanno lavorato, non hanno fatto nulla. Loro, che forse siamo noi, quelli che si sentono irrilevanti, che sono tentati di pensare che è tardi per dare una mano, Tu li chiami a lavorare nella Tua vigna. Chiarendo che sei venuto per fare di noi, da ultimi che siamo, i primi.

don Claudio Bolognesi