La parabola dei lavoratori della vigna, che ci offre la XXV domenica del Tempo Ordinario, si apre e si chiude con un versetto molto simile, e questo ci deve far pensare.
Al versetto che precede questa parabola leggiamo: «Molti dei primi saranno ultimi e molti ultimi saranno primi» (Mt 19,30), detto come garanzia nei confronti di chi avrebbe lasciato tutto per il Regno. E in chiusura leggiamo: «Così gli ultimi saranno primi e i primi saranno ultimi» (Mt 20,16), frase rivolta proprio agli operai chiamati nella vigna.
Potremmo quindi ritenere questi due versetti una cornice importante per un messaggio centrale, rivolto a ogni discepola e discepolo del Regno.
Chi siamo noi?
Chi sentiamo di essere?
Discepoli della prima o ultima ora?
Ognuno entri in sé stesso e, ripercorrendo la propria storia con Dio, a prescindere dall’età, provi a situarsi. Qualcuno tra noi potrebbe ritenersi operaio della prima ora, alla scuola del regno di Dio da sempre, pur se con gradi di conoscenza, passione, consapevolezza diversi. Qualcun altro potrebbe aver sperimentato una conversione recente, un cambio di vita mosso da un’esperienza forte a un certo punto della propria esistenza, e quindi sentirsi più vicino a quegli operai incontrati in piazza e chiamati molto più avanti, e forse dopo esperienze di vita al limite…
Ecco, la parola di Dio ci invita a raccontarci, a noi stessi e a Dio, a raccontare le attese, le delusioni, le fatiche, i desideri che rafforzano o appesantiscono la nostra risposta a lui, il nostro rapporto con lui.
Qualunque sia il momento in cui Dio è riuscito a raggiungerci e a far vibrare le corde del nostro cuore, qualsiasi sia la temperatura della nostra risposta a lui, c’è un aspetto su cui dovremmo sempre riuscire a vigilare: la gratitudine. Un basso livello di gratitudine potrebbe essere un’importante spia, potrebbe dirci molto del nostro rapporto con Dio, della profondità della nostra fede.
Spesso, anche senza rendercene conto, inquiniamo la nostra relazione con lui legandola ad aspettative, speranze, richieste, misure, e a una certa comprensione di Dio. E invece tanto l’evangelista Matteo, con il suo padrone della vigna, quanto Isaia nella Prima lettura sono chiarissimi: Dio e le sue logiche è infinitamente oltre le nostre misure.
So di averlo detto centinaia di volte questo, ma so altresì che viverlo quotidianamente è difficile, e non raramente molti cammini di fede si fermano proprio perché Dio viene messo alla sbarra, portato nei tribunali delle nostre visioni e comprensioni, processato e condannato, e addirittura esiliato dalle nostre vite. Per questo, vigilare sui livelli di gratitudine è necessario. Perché Dio è buono oltre ogni limite, e le sue misure possono essere percepite da noi come un’offesa alle nostre giuste ed eque misure. Ma si sa, l’amore non è fatto di misura, ma di sovrappiù. Soprattutto l’amore di Dio. Ed è in questo che la liturgia della XXV domenica del Tempo Ordinario ci chiede di prendere confidenza.
Se Paolo, nella seconda lettura può scrivere ai Filippesi: «Il vivere è Cristo e morire è un guadagno», allora significa che nella sua vita Dio ha davvero preso il sopravvento su tutto il resto. Paolo ha continuato a restare alla scuola di Dio e della sua Legge, ha sperimentato quanto fosse difficile capire le vie che il Signore, Dio dei Padri e dell’alleanza, stava aprendo: si è lasciato disarcionare dalle proprie convinzioni; ha imparato ad ascoltare il Risorto nelle delusioni, nelle sconfitte, nei rifiuti; ha visto aprirsi vie impensate. E tutto questo lo ha condotto al punto di sentirsi vivo in Cristo, sempre, tanto da pensare la morte come momento culmine del suo rapporto con Dio, tanto da coltivarne il desiderio, tanto da percepirla come una somma aspirazione del cuore.
Perché parlo di Paolo e del suo sentire la morte?
Perché liturgia ci offre oggi la sua esperienza?
Perché non ci si improvvisa.
Perché il Vangelo ci spinge sempre più avanti e in profondità.
Perché di fronte al dono che l’eucaristia rinnova anche oggi per noi non possiamo accontentarci di capire e annunciare un dio alla nostra misura. Possiamo invece crescere nella confidenza con Dio. È lì che si schiude il tesoro della grazia.
Per gentile concessione di Sr. Mariangela, dal suo sito cantalavita.com
