don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 7 Maggio 2023

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Esercizi di felicità

Vi scrivo da un dono ricevuto, cinque giorni con persone che confido essere diventate amiche. Vi scrivo da un eremo ma non è l’eremo a fare la differenza anzi, in sincerità, il luogo è ristrutturato con eccesso di bellezza, con una accuratezza che simula antiche povertà, non lo sento casa, ma per fortuna il guscio, stavolta, non ha falsificato i cuori.  Vi scrivo da una valle bergamasca a me tanto cara, vi scrivo dopo essere salito ieri, con loro, al rifugio Curò, luogo del cuore mio e di mio padre, e mentre lo scrivo mi scendono ancora lacrime commosse. Vi scrivo anche se non ho avuto tempo di pregare sul testo evangelico di domenica prossima, vi scrivo anche se ho pensato fino all’ultimo di non scriverete nulla, vi scrivo semplicemente per eccesso di gratitudine e per la felicità che è cosa buona, quando si riesce, provare a condividere.

Scrivo solo per dire che sì, è possibile, anche se per poco tempo, anche solo come segno, avere in petto un cuore non turbato, ma semplicemente un pulsare leggero e grato, ad ogni battito, d’essere stato creato, stupito.

Vi scrivo per la bellezza di aver sentito ancora che Qualcuno ha fede in noi, in ognuno di noi, senza bisogno di scadere nelle perverse trame del merito.

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Scrivo perché L. e D., a sorpresa, son passati a trovarmi e a ricordarmi di essere capace persino di essere amico, a me, che ho sempre pensato solo di dover dimostrare d’esser all’altezza delle aspettative di un ruolo che stava per soffocarmi.

Vi scrivo per dirvi che amici hanno provato a raccontarsi la bellezza d’essersi innamorati di Cristo, incatenati a Lui e che non sono ancora riusciti a liberarsi dalla dolce ossessione per il Risorto. Vi scrivo per dirvi che si può, intorno a un tavolo, con la leggerezza stupita dei folli, parlare in Sua presenza di Lui vivo. Vi scrivo per dirvi che è bello provare a rispondere all’appello di un Amore divino che è fedele e geloso e ingombrante e insopprimibile. Vi scrivo per dirvi che è possibile raccontare di sé, e che il pudore delle parole, e l’ingombro del cuore che a volte toglieva il respiro e l’assenza di inutili sentimentalismi hanno permesso alle carni di lasciarsi trapassare dal Vangelo. Vi scrivo non per condividere pensieri inediti ma per lo stupore dell’amore che accade nella fertilità della fraternità.

Vi scrivo per dirvi che si può ancora raccontare di come abbiamo incrociato il dolore, di come ci siamo innamorati di Lui, di come Lui ci manchi e di come lo abbiamo tradito, di come si può osare la Verità, e che questo raccontarsi, e solo questo, è ciò che rende ancora credibile la Chiesa.  

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Vi scrivo per dirvi che è possibile consegnarsi gli uni nelle mani degli altri, senza fingere, senza soffocare in quella vergogna stupida che ci lega alle nostre solitudini. Vi scrivo per dirvi ciò che già sapete, e mi scuso, e forse lo sto facendo solo per me, per non dimenticare, per tornare a leggere, quando sarà il momento.

Vi scrivo per quel posto preparato narrato nel Vangelo, per averlo abitato, per desiderarlo ancora, per i fiori di prato comparsi con delicatezza a rendere sacra la mensa, e belle e eucaristiche le risate e le battute di chi smetteva di fingere e lentamente, sorridendo di sé stesso, si mostrava nella sua semplicità. Vi scrivo prima di tornare ad abitare il mio posto, quel luogo che vuole continuare a essere casa povera e accogliente, via di pacificazione, spazio dove si può sperimentare il lusso di non dover più fingere, e nemmeno desiderare, d’essere altro da ciò che si è.

Vi scrivo con il desiderio di condividere una Via che per essere percorsa vuole il rischio della Vita vissuta in Verità. Vi scrivo ringraziando tutte le persone che quella strada la percorrono fino in fondo, fino al cuore di sé stessi, camminando sui pezzi di vetro dei propri fallimenti, togliendosi ogni maschera, per arrivare al cuore della propria vita e lì, esattamente lì, scoprire che il Padre ha il volto del Figlio. Il nostro volto. Di figli. Perché Lui è in noi e noi in Lui.

Vi scrivo per ingraziare un pezzo di mondo che ieri mi è sembrato buono e amabile, per la gentilezza del barista del paese, per la ragazza del negozio interessata ai miei racconti, per i vecchi che condividevano ricordi del tempo andato, estati antiche in cui io, con i miei di nonni, abitavo il loro paese. Per i fidanzati che abbiamo incrociato al rifugio, per come si amavano, per come camminavano, insieme. Per il loro e per il mio cane, per come tutto ieri sembrava predisposto naturalmente alla condivisione della gioia, per il mondo che qualche volta sembra così semplice e amabile. Scrivo per provare a non dimenticarmi di dare ogni giorno il mio piccolo contributo. Scrivo per scusarmi delle troppe volte che ho infranto l’incantesimo della creazione.

Vi scrivo per ringraziare i quattro frati che hanno scelto di vivere esercizi che fossero semplicemente esercizi di vita… esercizi di verità, esercizi di vita condivisa, esercizi di preghiera, esercizi di  gioia, addirittura di gioia. Che per essere felici occorre davvero avere molta fede.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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