don Alessandro Dehò – Commento al Vangelo del 31 Agosto 2025

Domenica 31 Agosto 2025 - XXII DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Lc 14,1.7-14

Data:

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Eppure io sento ancora tanta tenerezza.

E tu continui a confonderci le idee.

Noi che tentiamo di trovare il nostro posto per essere accettati nella società e tu che trasformi i primi posti in ultimi e gli ultimi in primi non risolvendo così il problema. Entrare al banchetto di nozze scegliendo di occupare l’ultimo posto sperando, quasi pretendendo, che lo sposo venga a prenderci per mano facendoci sfilare fino al vertice della sala non è forse peggio? No, più ti leggo e più sento che nelle tue parole non si discute di umiltà, c’è molto altro.

Davvero, a me sale ancora la tenerezza, per me e per tutti, per chi sgomita per essere visto, per essere letto, per essere amato, per essere considerato importante, per lasciare un segno, per non morire pensando di aver buttato la vita, tenerezza infinita perché tutta questa gara ai primi posti non è altro che la risposta a una grande paura che ci portiamo dentro, la paura di non essere di nessuno.

E poi a gareggiare per i primi posti siamo stati educati da sempre, e non penso solo ai potenti di turno, agli sportivi, al mondo del lavoro o ai politici, ai cardinali e a tutta quella retorica che ancora dispensiamo su chi occupa i vertici, io di loro non ho certo invidia, di questo sono sicuro, il problema vero è che noi siamo stati educati a dover essere i primi anche nel fare il bene, nel servire, nell’essere umili, nel non farci notare, nell’essere buoni, nell’attenzione agli ultimi, nell’essere sempre pronti a scandalizzarci per i mali del mondo, nel sentirci responsabili, nel dover essere informati, nel vivere come se tutto dipendesse da noi… e io, Signore, te lo confido, non ne posso più di nessun primo posto, nemmeno di questi che sono nobilissimi. E anche degli ultimi posti non ne posso più, della gara a dover apparire primi tra gli ultimi, mi sembra tutto così uguale.

Intanto tu continui a confonderci e quando finalmente crediamo di essere ultimi tra gli ultimi tu giri la clessidra ed ecco siamo tra i primi e dobbiamo riprendere tutto da capo. Forse dovremmo avere il coraggio di rompere il meccanismo. Forse è questo che ci stai consigliando.

Entrare nel mondo sapendo che ogni posto è ultimo, ultimo perché mio, ultimo perché potrei morire adesso e questo pezzo di terra mi accoglierebbe, ultimo perché in fondo di me agli altri importa quasi niente, ma soprattutto ultimo perché vuoto, vuoto da qualsiasi tua pretesa su di me. Le pressioni degli altri le sentirò sempre, so che mi toglieranno serenità, ne sarò sempre un po’ schiavo, ma su di loro posso provare ad agire disarmando le mie pretese sulle loro vite, e dilatando tenerezza e ricordando che siamo tutti poveri cristi, ma con te non serve. Occuperò lo spazio sentendo che tu non hai pretese su di me e così io potrò vergognarmi con tanta libertà, perché io e te sappiamo davvero quel che ha mosso ogni mia decisione, sappiamo davvero cosa ho nascosto sotto le apparenze del servizio e della fede. Mi vergognerò e starò lì ad aspettarti, come un albero attende l’alba, come un gabbiano in attesa del vento che lo porterà a spiccare l’ennesimo volo, starò lì, non primo non ultimo, non buono non cattivo, solo vivo, e in attesa, di te che ti avvicini e mi chiami “amico”, solo questo desidero, io che non sono stato capace di grandi amicizie, solo questo, ma tu vieni!

E poi mi chiederai di procedere con te, “vieni più avanti” mi dirai, e sarà invito per tutti ma io lo sentirò mio, sperando che tu mi prenda per mano, perché un po’ dovrai trascinarmi, sarà come nascere davvero, e io sento che proverò una grande leggerezza, come quando si sente di non dover più dimostrare niente a nessuno, nemmeno a noi stessi. Cammineremo, e sarà tutto così naturale: non primo, non ultimo, solo vivo. Anche se da fuori sembrerà a tutti una morte. E forse qualcuno piangerà. Perché il banchetto, quello della parabola, è quello eterno.

Cammineremo insieme e finalmente non avrò più bisogno di chiedermi se ho fatto tanto o poco, se ho amato abbastanza, se ho costruito il Regno, se ho sbagliato qualcosa, se ho risposto alla mia vocazione, se sono stato fedele, se ho rispettato le norme e la morale…non ci sarà più nulla di tutto questo, cammineremo e sorrideremo, come due che non conoscono la triste regola del contraccambio ma vivono nella folle libertà del dono.

Tu non ti sei mai aspettato nulla in cambio da me (cosa avrei mai potuto darti?) e io avrò finalmente imparato a non chiederti niente se non di stare con me. Niente miracoli, niente grazie, niente ruoli, niente senso alla vita, niente giustizia, niente di niente, solo di sentirti amico.

Io povero, io storpio, io zoppo, io cieco, io invitato, io gioioso, io tuo amico.

Per gentile concessione dell’autore don Alessandro Dehòpagina Facebook

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