Commento al Vangelo del 13 giugno 2010 – Paolo Curtaz

Vangelo: Lc 7,36-8,3 (forma breve: Lc 7,36-50)

Simone il fariseo pensava di avere fatto un gesto nobile nell’invitare il discusso Rabbì di Nazareth alla sua mensa. Non lo vedeva con disprezzo, come facevano molti del suo movimento, anzi. Era davvero incuriosito dalla predicazione di questo falegname del Nord scopertosi Profeta.Dopo i convenevoli tutti si erano distesi ai bordi della stuoia che fungeva da tavola, colma di ogni ben di Dio. Era normale, in occasione dei banchetti, lasciare le porte di casa aperte, affinché i passanti potessero entrare ed ammirare la suntuosa ospitalità del padrone di casa.

Ma quando Simone e gli altri invitati vedono entrare “quella”, di colpo tutti tacciono.
L’imbarazzo cresce, la donna si avvicina a Gesù, si inginocchia e scoppia a piangere bagnandogli i piedi. Scioglie i capelli, gesto ambiguo, gesto di seduzione, sufficiente in una coppia per chiedere il divorzio, e asciuga i piedi di Gesù.
L’imbarazzo, ora, è stratosferico.
In cuor suo Simone tenta di difendere Gesù. Non può essere un Profeta, altrimenti saprebbe che razza di donna è questa e non si lascerebbe toccare, per non contrarre l’impurità rituale.
Gesù sorride: ha di fronte a sé due prostitute.
La donna e il fariseo.
Meretrici
La donna è una prostituta, è “quella”, una segnata, una peccatrice, una dannata. Non importa perché è arrivata fino a quel punto di abiezione, non importa al perbenismo ipocrita la ragione di una scelta dolorosa, è condannata da sempre e per sempre. In nome della religione e della moralità che erge i muri per non mettersi in discussione, questa donna è il suo ruolo, il suo mestiere. Nessuna comprensione, nessuna possibilità, solo disprezzo, anche quando viene desiderata e usata.
Piange, ora. Piange senza disperazione, piange sentendosi amata da un uomo vero, sentendosi capita e accolta da Dio.
Senza giudizio, senza peso, senza ambiguità.
Piange tutto il suo dolore, tutta la sua tenebra, tutta la sua rabbia. La bambina che c’è in lei scopre il volto dell’assoluta misericordia.
Simone è una prostituta. Si vende a Dio, e si vende bene. Conosce bene la religione, vive fino in fondo i precetti di Israele, non come il popolino ignorante che si danna perché non conosce la Legge. Paga la decima anche sulla ruta e sulla menta, prega con fervore, studia la Torah giorno e notte. È in una posizione di privilegio nella classifica dei meriti. È devoto, ma freddo.
Può permettersi di giudicare – la legge è dalla sua parte – può mantenere le distanze.
Gesù converte entrambi.
Maestro
Alla donna insegna che il metro di giudizio di Dio è l’amore e il perdono. La donna ha amato, tanto, male, facendosi del male, ma ha amato. A Dio basta, lui, che è l’Amore, riconosce l’amore anche quando è fatto a pezzi e fragile e disperato. Per Dio basta questo, salta ogni logica – religiosa, morale, perbenista – e va dritto all’essenziale: guarda al dentro, al desiderio, al dolore, alla verità. Quell’amore è l’origine del perdono, il perdono che Dio dà, sempre gratis, sempre senza condizioni, smuove l’amore.
A Simone, con delicatezza, senza rabbia, Gesù pone un caso da risolvere, quello dei due debitori, uno debitore di qualche euro, l’altro di qualche centinaia di migliaia di euro, che si vedono inaspettatamente condonati ogni pendenza. Chi sarà più contento? Simone ragione, riflette, giudica bene: sta imparando il punto di vista di Dio. È chiamato, il fariseo, a mettersi nei panni del debitore.
Un altro evangelista ci dice che Simone è stato lebbroso: ragione in più, lui che ha sperimentato la solitudine e l’emarginazione, per annullare la distanza che crea la lebbra del giudizio.
A Dio non importa la devozione se non è sorretta dalla passione, non cerca giusti ma figli, a lui non importa (a noi sì: molto!) la nostra immagine spirituale. Vuole dai suoi discepoli verità, passione, forza, anche a costo di sbagliare.
Il re
Così Davide sperimenta la compassione di Dio che lo stana dalla falsa immagine in cui si è rifugiato. Davide, potente, realizzato, sazio, annoiato cerca di salvarsi la faccia dopo avere avuto una relazione con Bersabea, che ora aspetta un figlio da lui. Invece di ammettere il proprio errore e assumersi le proprie responsabilità si inventa una tragica commedia in cui, alla fine, Davide diventerà assassino di Uria, marito di Bersabea. Per salvarsi la faccia Davide l’ha persa di fronte al popolo.
Ma Natan, profeta scomodo, lo mette di fronte alle proprie responsabilità.
Davide prende coscienza del proprio limite.
E, riconoscendolo, diventa grande, il più grande. Dio preferisce chi sbaglia per troppa passione a chi non sbaglia per troppa tiepidezza. Chi è tiepido, lo sappiamo, è vomitato.
Il fariseo
Paolo, grande fariseo, era un assassino in nome di Dio. Poi Dio l’ha gettato in terra.
Ora, scrivendo ai Galati, riflette sulla sua precedente esperienza di fede: non è la legge che salva, non la norma, non il comandamento che posso osservare non per sovrabbondanza di passione, ma per scrupolo e per compiacimento. Da zelante osservante della legge Paolo riconosce di essere diventato un assassino, pensando così di compiacere Dio. No, la legge non serve a nulla, è l’amore che salva.
Allora
Tutti siamo prostitute.
Ci vendiamo per un complimento, per coltivare il nostro ego (anche spirituale), per avere un ruolo sociale ed ecclesiale riconosciuto ed apprezzato, per essere, se non migliori, almeno non inferiori agli altri, disposti, come Davide, a tradire un’amicizia sincera pur di non ammettere i nostri errori.
Tutti siamo perdonati e amati.
La donna e Simone e Davide e Paolo e tu, amico lettore.
Amati e perdonati da Dio, redenti e salvati, figli e uomini, discepoli e cercatori di Dio.
Tutti, se vogliamo, possiamo costruire la Chiesa, il sogno di Dio, comunità di persone che hanno sperimentato nella propria vita la tenerezza del Padre e, perciò, diventano capaci di perdono e di misericordia.

Paolo Curtaz

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