Discutendo sulle strade non si accorciano le distanze
Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.
L’Orgoglio Non Innalza Nessuno
Il commento per la prossima domenica del card. Comastri esamina il concetto di orgoglio e umiltà attraverso una lente cristiana, concentrandosi sugli insegnamenti di Gesù. Sottolinea come l’orgoglio non eleva nessuno e spesso porti a conflitti e vanità, come illustrato dagli invitati che cercano i primi posti a tavola.
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Al contrario, l’umiltà è presentata come la via per la grandezza davanti a Dio, un principio esemplificato da figure come Santa Bernadette e da Gesù stesso che esorta a farsi “il più piccolo” e a “servire”. Il testo argomenta che essere umili significa liberarsi dalla ricerca della stima umana, servire gli altri senza aspettarsi ricompense e riconoscere tutto come dono divino.
Viene evidenziata la bellezza del servizio disinteressato e la capacità dell’umiltà di trasformare sia l’individuo che la comunità, come dimostrato dal gesto di Paolo VI che baciò i piedi al rappresentante del patriarca di Costantinopoli. In sintesi, il messaggio principale è che vincendo l’orgoglio si apre la strada all’incontro con Dio e con il prossimo.
Trascrizione del video
Sia lodato Gesù Cristo. Ventiduesima domenica: “L’orgoglio non innalza nessuno.” Gesù entra in casa di uno dei farisei per pranzare. Dio non respinge nessuno, Dio dialoga con tutti, Dio non si ferma dinanzi a nessun peccatore. Egli sa che si può risorgere da qualsiasi situazione. A pranzo, però, capita una scena di vanità, una scena di borìa, di esibizione: tutti vogliono i primi posti.
Noi ci ridiamo perché questa scena è l’immagine della vita, anche della nostra vita. Quanti arrivismi, quante lotte per i primi posti, quante guerre e litigi causati dall’orgoglio! A parole tutti umili, tutti distaccati, ma prova a pestare un piede, prova a ferire un po’ di orgoglio e vedrai quante sorprese. Diceva l’Angia del Vasto: “Niente è più comune dell’orgoglio.” E De Luca ha aggiunto: “Sia superbi talvolta anche nel bene e più si è buoni, più è forte la tentazione della superbia.”
Gesù allora mette prontamente in crisi questo atteggiamento per il nostro bene. Infatti, a che serve il primo posto quaggiù? Quante borìe sono finite nel nulla! Imperi grandissimi sono tramontati, imperatori divinizzati ora sono dimenticati. Re e regine e personaggi di gran fama ora non interessano più nessuno. Che cosa conta allora? A questo vuole portarci Gesù e la sua risposta è netta: perché conta è cercare il primo posto davanti a Dio.
Ma come, paradossalmente? Il primo posto davanti a Dio è proprio il rovescio del comportamento umano. Infatti, il più grande davanti a Dio è colui che si è fatto più piccolo. Se riuscissimo a capirlo! Ricordo l’impressione che provai la prima volta che visitai il Cachot di Lourdes. Quando la Madonna apparve a Bernadette Soubirous l’11 febbraio del 1858, Bernadette abitava con la sua famiglia in una cella di prigione abbandonata, chiamata “Cachot”, “catabuia”, si direbbe in italiano. Bernadette era davvero l’ultima di Lourdes eppure venne scelta dal cielo. È la logica di Dio.
Gesù un giorno dirà agli apostoli, che erano in discussione per il primo posto, Gesù disse: “I re delle nazioni le governano e coloro che hanno potere su di esse sono chiamati benefattori.” E invece spesso sono malfattori. “Voi però,” aggiunge Gesù, “non fate così, ma chi tra voi è più grande diventi come il più piccolo.” Ma veramente, eh? “E chi governa come colui che serve.”
Ma cosa significa farsi ultimi? Cosa significa farsi piccoli? Certamente non significa sotterrare i propri talenti, non significa fare il viso mesto, non significa fuggire dalle responsabilità. Tutt’altro! Farsi umili significa liberarsi dall’ansia di ogni stima umana e avere la serena coscienza che ciascuno di noi vale tanto davanti a Dio. Nessun titolo, nessuna stima umana può aggiungere nulla, come nessun disprezzo o nessuna calunnia può toglierci nulla. L’umile, quindi, è sereno perché è libero.
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Papa Giovanni amava ripetere: “Se non mettessi il mio io sotto i piedi, non sarei mai un uomo libero.” E il curato d’Ars: “Ho ricevuto due lettere della stessa forza: in una si diceva che era un grande santo, nell’altra che era un ipocrita. La prima non mi aggiunge niente, la seconda non mi toglie niente. Davanti a Dio io sono quel che sono, sono nulla, nulla di più e mi aggrappo all’unico che conta, il Signore.”
Farci umili significa mettere il primo pensiero nel servire. È grande chi serve, è grande chi dona, è grande chi si consuma, è grande chi entra nel mistero dell’amore. L’umile è un instancabile servitore del prossimo. L’umile sente che tutto è dono di Dio e si affretta a donare tutto, perché quel che non si dona si perde. L’esempio di Cristo è regola e legge dell’umile. Pertanto, farsi umile significa servire e donare senza attesa.
Ci ha detto Gesù: “Quando offri un pranzo o una cena, non invitare i tuoi amici, né i tuoi fratelli, né i tuoi parenti, né i ricchi vicini, perché a loro volta non invitino te anch’essi e tu abbia il contraccambio. Al contrario, quando offri un banchetto, invita poveri, zoppi, storpi, ciechi e sarai beato, perché non hanno da ricambiarti. Riceverai, infatti, la tua ricompensa alla risurrezione dei giusti.”
Allora l’umile lavora, agisce, serve il prossimo, ma non aspetta ricompensa. Poter servire è già una ricompensa, anche se nessuno dice grazie, anche se nessuno applaude. Anzi, la mancanza di contraccambio permette di vivere la caratteristica dell’amore di Cristo: la gratuità.
Se ciascuno di noi fosse umile, come cambierebbero le cose! Avremmo un mondo di gente felice, avremmo una Chiesa amabile e attraente. Qual è stato il momento più grande del pontificato di Paolo VI? È stato il momento dell’umiltà. Il 14 dicembre 1975, nel decimo anniversario dell’abolizione delle scomuniche tra la Chiesa cattolica e la Chiesa ortodossa, Paolo VI si inginocchiò e baciò i piedi a Melitone, rappresentante del patriarca di Costantinopoli. Un momento che nessuno si aspettava, che rese amabile la Chiesa e rivelò la sua più vera natura: servire.
Comprendiamo allora l’affermazione di Gilberto Chesterton, un grande convertito del secolo scorso. Egli disse: “Se nella mia vita io avessi una sola possibilità di predicare, io predicherei contro l’orgoglio.” Vinto l’orgoglio, la strada è aperta per l’incontro con Dio e per l’incontro con il prossimo. L’orgoglioso, infatti, è solo, mentre l’umile è amico di Dio e dei fratelli. Cerchiamo di esserlo anche noi, almeno sforziamoci di esserlo. Sia lodato Gesù Cristo.
