Arcidiocesi di Pisa – Commento al Vangelo del 5 Gennaio 2023

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Il brano di oggi ci mostra come avviene la sequela di Gesù. Il Battista, colui che è stato inviato ad annunciare Cristo, indica la via verso il Signore. Suscita la curiosità dei discepoli, che si avvicinano a Gesù.

Egli intuisce il loro desiderio, ma non si rivolge subito a loro dando insegnamenti. Piuttosto, entra in relazione e fa un invito concreto, a muoversi, a fare un’esperienza personale. Il cammino di fede a cui ci invita Gesù nasce da una domanda del cuore (“Che cosa cercate?”) e si sviluppa non tanto sulla base di concetti ideologici e intangibili, ma tramite l’incontro, l’esperienza, l’uscire da sé e il seguire concretamente Cristo.

Una una volta fatta tale esperienza, una volta “visto” dove “dimora” Gesù, non si può che fare come i discepoli, ossia decidere di rimanere con lui. Il brano potrebbe concludersi così, e sarebbe una bella immagine dell’amore per Dio. Eppure nel versetto finale è contenuto l’esito inevitabile del cammino di fede.

Una volta fatta esperienza dell’amore e dimorato in esso, siamo chiamati a uscire e raccontare ad altri del nostro incontro, invitare chi incontriamo a fare parte della famiglia cristiana che vuole abbracciare tutta l’umanità.

Dopo la “vocazione” di Andrea a Simone, che prende le mosse da una loro curiosità/ricerca nei confronti di Gesù, questa volta è Gesù che prende l’iniziativa e “incontrando” Filippo, che passava di lì per caso, lo invita risolutamente a seguirlo. Filippo obbedisce senza fare una piega, poi però incontra Natanaele e fa un po’ quello che aveva fatto il Battista nei confronti di Andrea e Simone, gli parla di Gesù. Ma sbaglia l’approccio, perché parla delle origini di Gesù, provocando in Natanaele un moto di scetticismo sulla possibilità che un luogo modesto come Nazareth possa aver dato i natali al Messia. Nasce qui una scena simile a quella che leggeremo al cap. 20, quando Tommaso rifiuta di credere alla resurrezione di Gesù.

“Vieni e vedi” dice Filippo a Natanaele, inconsapevole del fatto che Gesù stesso, poco prima, aveva usato esattamente le stesse parole con Andrea e Simone. Mentre i due si avvicinano a Gesù, quest’ultimo coglie Natanaele di sorpresa, elogiando la franchezza che lo ha spinto ad esternare i suoi dubbi su quanto Filippo gli andava dicendo. Natanaele interdetto chiede a Gesù spiegazioni e Gesù gli risponde che lo aveva visto “sotto l’albero di fichi” fin da prima che Filippo lo chiamasse. Ora sembra che l’espressione “stare sotto un albero di fico” per gli israeliti significasse dimorare in una pace interiore ed esteriore, condurre una vita senza nemici né esterni e né interni. Una pace da considerarsi un vero dono di Dio, un frutto dell’alleanza osservata, del patto vissuto, del comandamento messo in pratica. Natanaele, infatti, si pensa fosse uno studioso della Scrittura. La Scrittura era per lui il suo fico, la sua sicurezza, la sua pace. Non desiderava altro, altro non chiedeva.

L’incontro quotidiano con la scrittura, Parola di Dio parlata con un linguaggio comprensibile agli uomini, attraverso cui Dio stesso nel suo immenso Amore parla a noi come ad amici, ci apre nello Spirito Santo all’incontro col Padre rendendoci così partecipi della sua stessa divina natura.

FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi

I commenti sono curati da Marta e Enrico Puglisi