Levi è un pubblicano, cioè un uomo disprezzato, considerato corrotto e collaboratore dei dominatori romani. Gesù lo vede e questo sguardo cambia tutto. Non lo giudica, non lo condanna, ma lo chiama e lo invita a seguirlo. In una sola parola c’è una fiducia che ricrea la vita.
Levi si alza, lascia tutto e lo segue: un gesto radicale, nato non da paura o dovere, ma dall’attrazione di un amore gratuito. Subito dopo, Levi organizza un banchetto: il suo modo di ringraziare. Attorno alla tavola siedono pubblicani e peccatori, quelli che la religione ufficiale escludeva. Ma per Gesù quella tavola diventa immagine del Regno: un luogo di comunione dove nessuno è troppo lontano da Dio.
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I farisei, scandalizzati, non comprendono: credono che la purezza si custodisca con la separazione, mentre Gesù mostra che la santità vera nasce proprio dal contatto con la fragilità. La risposta di Gesù “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati” rivela il cuore del Vangelo: Dio non si scandalizza del peccato, ma si avvicina a chi ne porta il peso.
Il peccato non è una condanna definitiva, ma il punto da cui può iniziare la guarigione. Cristo è il medico che cura con la misericordia. Seguirlo significa lasciarsi guardare da Lui, accettare di essere guariti, e poi sedere alla mensa con chi, ancora fragile, cerca la propria salvezza.
Per Riflettere
Gesù vede in Levi non il peccatore, ma l’uomo che può rinascere. Anche noi siamo chiamati così: come Levi non perché siamo giusti, ma perché amati. E solo chi si lascia guarire può diventare testimone di misericordia.
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
