Nella delusione irrompe il Risorto.
Luca sa che ci vuole del tempo per convertirsi alla gioia del Nazareno, siamo onesti.
C’è più connaturale il pianto, la lamentazione, lo sconforto. Tutti abbiamo migliaia di ragioni per sentirci perseguitati, incompresi, a credito verso Dio e il mondo.
- Pubblicità -
Allora, certo, sentiamo una certa affinità con la croce. Ci piace, tutto sommato.
E via a crogiolarci nella nostra sfortuna, dicendo pure che dobbiamo portare la croce, sentendoci autorizzati a piangerci addosso nei secoli eterni. Sfortunati e benedetti.
Allora il risorto si rimbocca le maniche e ci viene a pizzicare uno a uno.
Ecco perché il risorto si prende la briga di rincorrerci sulle strade del mondo.
Chiedetelo ai due discepoli di Emmaus.
Sanno che Gesù è risorto: glielo hanno detto alcune discepole e la notizia dell’assenza del cadavere del Maestro è stata confermata da alcuni apostoli.
Tornano ai loro affari, i due discepoli.
Hanno pensato che il Nazareno fosse il Messia, quello che avrebbe regnato per mille anni su Israele sbaragliando i suoi nemici. Invece è morto, nel peggiore dei modi.
- Pubblicità -
Si allontanano dalla comunità, come fanno molti di noi, delusi da Dio.
Di uno di loro sappiamo il nome, Cleopa, un personaggio conosciuto nella primitiva comunità. L’altro, invece, non ha nome: ognuno metta il suo.
Sono tristi, i discepoli, e parlano delle loro disgrazie. Il loro cammino è di reciproca lamentazione, di progressivo affossamento.
Chi non ha mai sognato di essere uno dei due discepoli di Emmaus?
Chi non ha mai immaginato di vivere lui quel percorso di undici chilometri con Gesù al fianco?
Emmaus dista da Gerusalemme due ore di cammino, due ore trascorse a parlare di quel sogno in cui avevano tanto sperato, un sogno naufragato nel sangue.
Ora non rimane che consolarsi andando a rifugiarsi nel passato, laddove Israele nell’antichità aveva riportato una sonora vittoria su i nemici, una cittadina di nome Emmaus. Espediente psicologico che ci appartiene: rifugiarsi nel passato perché il presente risulti meno gravoso.
Anche la fede è un perpetuo camminare, perché Dio stesso è una vetta mai conquistata, e l’infinito ci attende all’angolo di ogni strada.
È interessante notare che i due discepoli di Emmaus, raccontano per filo e per segno il Vangelo. Lo conoscono bene, lo ricordano, ma in realtà non l’hanno mai vissuto.
Possiamo saper tutto su Gesù e sul Vangelo, ma senza aver mai incontrato Cristo veramente.
La strada da Gerusalemme a Emmaus è metafora delle nostre vite, racconta sogni in cui avevamo tanto investito e che hanno fatto naufragio.
Morto Gesù, il gruppo si va disfacendo. Il sogno è svanito.
Non sta succedendo qualcosa del genere nelle nostre comunità?
Tuttavia, quei discepoli continuano a parlare di Gesù. Cercano di trovare un senso a quello che hanno vissuto insieme con lui.
«Mentre conversano, Gesù in persona si avvicina e cammina con loro».
Gesù si avvicinò e camminava con loro. Dio si avvicina sempre. Cammina con noi, non per correggere il nostro passo o dettare il ritmo. Non comanda nessun passo, prende il nostro.
L’intenzione di Luca è chiara: Gesù si avvicina quando i discepoli lo ricordano e parlano di lui. Si fa presente là dove si commenta il suo Vangelo, dove c’è interesse per il suo messaggio, dove si conversa sul suo stile di vita e sul suo progetto.
Non è, forse, che Gesù è tanto assente tra noi perché parliamo poco di lui?
Arriva Gesù fa finta di non sapere e che cosa fa? Li fa parlare. Semplicemente li ascolta.
Dio, prima di dirci qualcosa, ci ascolta. Per tutto il tempo che ci serve. Non ha fretta con noi…
Loro però non lo riconoscono perché sono troppo presi dai loro problemi, dal loro dolore, dalla loro delusione e dalla loro sofferenza.
E quando tu sei troppo dentro ad una cosa, non vedi altro che questo.
Gesù non li rimprovera, non gli domanda perché stanno scappando, semplicemente cammina con loro. Li accompagna così come sono, li ascolta e, al momento giusto, fa la domanda strategica: “Che cosa sono questi discorsi che state facendo tra voi lungo il cammino?“.
I discepoli si sorprendono: su che pianeta vive questo sconosciuto?
Ma Gesù, rompe il ghiaccio per capire cosa hanno capito. Risultato: i discepoli sanno tutto, ma non hanno capito un tubo. Sì, ci assomigliano proprio.
«Noi speravamo fosse lui…». Unica volta che nei Vangeli ricorre il termine speranza, ma solo come rimpianto e nostalgia.
È difficile accettare il fallimento di un progetto, di un amore, di un gruppo parrocchiale. «(ma) sono passati tre giorni»: il tempo non cancella le cose, non le sistema, tre giorni sono un’eternità per chi ha il cuore a brandelli.
Gesù li ascolta parlare della propria crocifissione; lui è già oltre, altrove.
Non c’è che un modo per uscire dal dolore: non amarlo. E Gesù lo sa. A volte, purtroppo finiamo col coltivare il dolore e Dio in tutto questo sembra essere il “grande assente”; assenza che amplifica silenzio e tristezza.
È il gioco di Dio da sempre: in un’apparente assenza egli è più presente che mai, semplicemente perché egli è il “Dio con noi”, fino alla fine del tempo (cfr. Mt 28, 20).
Il problema non è l’assenza di Dio, ma la nostra incapacità nel riconoscerlo, la nostra miopia. Tutti concentrati su noi stessi, sui nostri problemi, non siamo in grado di riconoscerlo mentre cammina accanto a noi.
Il racconto continua dicendo che dopo il silenzio fattosi ascolto, Gesù comincia a parlare con loro. Gesù racconta ancora una volta il Vangelo, l’Amore folle di Dio per l’uomo, per ciascuno di noi; un Dio che vive la passione per i suoi figli tanto da morirne.
Lo racconta per l’ennesima volta ai suoi, senza stancarsi, con pazienza.
Giunti a Emmaus Gesù mostra di voler «andare più lontano».
Allora nascono parole che sono diventate canto, una delle nostre preghiere più belle: «resta con noi, perché si fa sera».
Il racconto ora si raccoglie attorno al profumo del pane e alla tavola, fatta per radunare tanti attorno a sé, per essere circondata da ogni lato di commensali, per collegarli tra loro: gli sguardi si cercano, s’incrociano, si fondono, ci si nutre gli uni degli altri.
Lo riconobbero allo spezzare il pane.
E il primo miracolo si compie già lungo la strada: non ci bruciava forse il cuore mentre ci spiegava le Scritture?
Cosa manca ai discepoli? Manca loro l’unica cosa che può fare «ardere» il loro cuore: il contatto personale con Gesù vivo. Non sarà questo il nostro problema?
La bella notizia di questa domenica? Nel nostro cammino qualcuno ci si affiancherà, attraverseremo senza paura la nostra notte….e sarà l’aurora! resta. Sempre.
Fonte: il blog di Paolo de Martino | CANALE YOUTUBE | PAGINA FACEBOOK
Vi segnalo che è appena uscito il nuovo libro di Paolo: “Tenerezza. Il lieve tocco di Dio” (Ed. Paoline)
