Il seminatore paziente
La liturgia di questa domenica ci porta in riva al mare di Galilea. C’è una folla immensa, e Gesù, salito su una barca, comincia a dipingere con le parole un’immagine semplice, accessibile a tutti: «Ecco, il seminatore uscì a seminare».
Eppure, in questa semplicità si nasconde uno scandalo. Nessun contadino sprecherebbe il suo seme prezioso gettandolo sull’asfalto, sulle pietre o tra le erbacce. Il seminatore del Vangelo, invece, lo sparge ovunque, con una generosità che a noi appare quasi eccessiva. Così ama Dio: non calcola, non misura i nostri meriti prima di donarci la sua grazia. Semina ovunque, sperando di trovare un varco nella nostra libertà.
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Ma perché il Maestro usa questo linguaggio velato per spiegare le cose divine? I discepoli glielo chiedono, e la risposta di Gesù tocca il cuore del mistero umano: «Perché a voi è dato conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato». Non è un Dio che fa favoritismi. È l’uomo, semmai, che può indurire il proprio cuore fino a chiudersi da solo al dono che gli viene offerto. Cristo cita la dura profezia di Isaia per scuoterci: il vero male non è la debolezza, ma l’indifferenza. Quando diventiamo «duri di orecchi» per abitudine o per pigrizia, perdiamo la capacità di comprendere l’amore. Il seme cade, ma rimbalza su un cuore ostinato. A chi invece coltiva anche solo un briciolo di umile disponibilità, «verrà dato e sarà nell’abbondanza».
Il Signore descrive quattro condizioni dell’anima. Non sono condanne definitive per categorie di persone, ma terreni che tutti noi attraversiamo, spesso nello stesso giorno.
La prima parte del seme cade lungo la strada, e «vennero gli uccelli e la mangiarono». È il dramma del rumore continuo in cui viviamo. Ascoltiamo una parola buona, ma appena voltiamo l’angolo ce ne dimentichiamo, rapiti dagli schermi dei telefoni o da urgenze che urgenze non sono. Il Maligno ruba la Parola perché noi, vivendo di fretta, non le facciamo spazio.
Poi c’è il terreno sassoso, dove il seme «germogliò subito», ma ben presto «seccò». È la fede che si nutre solo di emozione. Viviamo un momento intenso, ma appena giunge una malattia inaspettata, un fallimento sul lavoro, un’incomprensione in famiglia, crolliamo. Manca la costanza; manca quella radice silenziosa che è la fiducia coltivata giorno dopo giorno.
Il terzo seme cade tra i rovi, i quali «crebbero e la soffocarono». Gesù indica con precisione «la preoccupazione del mondo e la seduzione della ricchezza». Pensiamo a chi lavora senza sosta, ossessionato dal successo, al punto da non avere più tempo per ascoltare un figlio, per amare gratuitamente, per pregare. Le ambizioni umane, quando diventano un idolo, si trasformano in rovi che strangolano lentamente la pace del cuore.
Infine c’è il terreno buono, quello che accoglie il seme e «diede frutto: il cento, il sessanta, il trenta per uno». Non è la persona perfetta, senza macchia, che non sbaglia mai. È l’uomo o la donna che, pur cadendo, si rialza; che ascolta una parola di correzione e si lascia umilmente cambiare; che sceglie di perdonare un torto subito, nel nascondimento, rinunciando al proprio orgoglio.
Nessuno di noi è soltanto pietra, soltanto rovo. Siamo, tutti, un campo ancora in lavorazione. La consolante promessa di Cristo, racchiusa in quel «Beati invece i vostri occhi perché vedono», è che Dio non si arrende davanti alle nostre chiusure. Non importa quanti sassi ci siano oggi nel nostro cuore: possiamo sempre lasciarci arare di nuovo. Apriamo un varco al seminatore, offriamogli un cuore capace di fare silenzio, e prepariamoci, con fiducia, al raccolto che Lui solo sa promettere. Amen!
Per gentile concessione di don Lucio, dal suo blog.
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