Padre Fernando Armellini, biblista Dehoniano, commenta il Vangelo di domenica 28 giugno 2026.
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Un cuore grande non si accontenta
Il termine casa in ebraico non indica solo l’edificio, ma anche la famiglia, la cellula della società in cui, specialmente nei tempi antichi, l’individuo trovava asilo, si sentiva accolto e protetto.
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Di questa duplice casa l’uomo non può fare a meno: “Indispensabili alla vita sono l’acqua, il pane, il vestito e una casa che serva da riparo” (Sir 29,21), per questo in Medio Oriente l’ospitalità è sempre stata sacra, come attestano le insistenti raccomandazioni della Bibbia: “Praticate l’ospitalità gli uni verso gli altri, senza mormorare” (1 Pt 4,9); “Non dimenticate l’ospitalità; alcuni, praticandola, hanno accolto degli angeli senza saperlo” (Eb 13,2).
A chi vuole dare inizio a una nuova famiglia è però richiesto il distacco dalla propria casa: “L’uomo lascerà il padre e la madre e si unirà alla sua donna” (Gn 2,24). È un abbandono che porta a un incontro destinato a dare continuità alla vita.
Anche Gesù un giorno ha abbandonato la sicurezza che gli era offerta dalla dimora di Nazareth: “Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell’uomo non ha dove posare il capo” (Mt 8,20); ha lasciato anche la famiglia: “Chi è mia madre e chi sono i miei fratelli?”. Poi stendendo la mano verso i suoi discepoli ha detto: “Ecco mia madre ed ecco i miei fratelli” (Mt 12,48-50).
A chi lo vuole seguire chiede la stessa disponibilità: il coraggio di compiere uno stacco per spiccare il volo verso una realtà superiore, per essere introdotti in una nuova casa, in una nuova famiglia, quella dei figli di Dio.
Per interiorizzare il messaggio, ripeteremo:
“Nel discepolo è Gesù che bussa alla nostra porta e chiede ospitalità”.
Vangelo (Mt 10,37-42)
37 “Chi ama il padre o la madre più di me non è degno di me; chi ama il figlio o la figlia più di me non è degno di me; 38 chi non prende la sua croce e non mi segue, non è degno di me. 39 Chi avrà trovato la sua vita, la perderà: e chi avrà perduto la sua vita per causa mia, la troverà.
40 Chi accoglie voi accoglie me, e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato. 41 Chi accoglie un profeta come profeta, avrà la ricompensa del profeta, e chi accoglie un giusto come giusto, avrà la ricompensa del giusto. 42 E chi avrà dato anche solo un bicchiere di acqua fresca a uno di questi piccoli, perché è mio discepolo, in verità io vi dico: non perderà la sua ricompensa”.
Il secondo dei cinque discorsi di Gesù che si trovano nel vangelo di Matteo sviluppa i temi legati all’invio dei discepoli in missione. Oggi ci viene proposto il brano conclusivo.
Nella prima parte (vv. 37-39) sono presentate, in tutta la loro durezza, le esigenze della sequela. Vengono richieste rinunce di una radicalità inaudita e, come se non bastasse, ognuna di esse è accompagnata da una severa e drastica dichiarazione, scandita come un ritornello, non è degno di me!. Nessun rabbino ha mai preteso tanto da chi lo seguiva e forse anche per questo un giorno i giudei hanno chiesto a Gesù: “Ma tu chi pretendi di essere?” (Gv 8,53).
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Dal discepolo egli esige anzitutto il distacco radicale anche dagli affetti più intimi e più naturali, quali l’amore per i genitori e per i figli.
La sua richiesta va inserita nel contesto delle immagini paradossali impiegate nell’ultima parte del discorso. Ha appena affermato di non essere venuto a portare la pace, ma una spada (Mt 10,34).
Dopo aver dichiarato beati i costruttori di pace (Mt 5,9) e aver invitato ad amare i nemici (Mt 6,44), Gesù non può certo incitare all’aggressione fisica nei confronti dei nemici. La spada che provoca divisioni e conflitti è la sua parola, quella che l’autore della Lettera agli ebrei definisce “viva, efficace e più tagliente di ogni spada a doppio taglio; essa penetra fino al punto di divisione dell’anima e dello spirito e scruta i sentimenti e i pensieri del cuore” (Eb 4,12). È la spada cui faceva riferimento Simeone nella profezia fatta a Maria (Lc 2,35).
Gesù non intende smentire la Toràh di Mosè che ordina di onorare il padre e la madre, anzi ne ha ribadito più volte il comandamento (Mt 15,4), tuttavia è cosciente di essere venuto “per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione, perché siano svelati i pensieri di molti cuori” (Lc 2,34-35). Sa che la sua parola provocherà incomprensioni, contrasti e tensioni all’interno delle stesse famiglie.
Matteo scrive il suo vangelo in un tempo di persecuzione. I discepoli hanno fatto spesso l’esperienza che, per rimanere fedeli a Cristo, hanno dovuto accettare anche la rottura dei legami con le persone più care. I rabbini avevano preso la decisione di espellere dalle sinagoghe, di escludere dal popolo eletto chi ritenesse Gesù il messia; avevano ordinato che chi aderiva alla fede cristiana, considerata eretica, fosse ripudiato dai propri familiari. Le conseguenze di questa esclusione erano gravi e dolorose, non solo dal punto di vista affettivo, ma anche sociale ed economico.
Gesù esige dal discepolo il coraggio di rimanere senza appoggi, senza protezione e senza sicurezze materiali per amore del suo vangelo; poi continua con un’altra richiesta, ancora più drammatica: la disponibilità non solo a perdere tutto, ma anche a rinunciare alla propria vita.
L’immagine della croce si riferisce alle conseguenze inevitabili cui va incontro chi vuole vivere secondo i dettami del vangelo: come il Maestro, andrà incontro alla croce, cioè all’ostilità del mondo. Anche se la vita non gli verrà tolta con il martirio, dovrà donarla in un costante e generoso sacrificio di sé.
“Venne fra la sua gente, ma i suoi non l’hanno accolto” (Gv 1,11). È stata questa la risposta dell’uomo alla richiesta d’ospitalità rivoltagli da Dio. È una sorte che è toccata spesso a Gesù (Lc 9,53) ed è quella che attende anche i discepoli da lui inviati (Mt 10,14).
Nella seconda parte del brano (vv. 40-42) è contenuta una promessa straordinaria a coloro che accolgono i predicatori del vangelo.
“Chi accoglie voi accoglie me e chi accoglie me accoglie colui che mi ha mandato” (v. 40). Non si tratta semplicemente dell’ospitalità materiale, come quella offerta dalla donna di Sunem a Eliseo, ma dell’accoglienza del messaggio. Dicevano i rabbini: “L’inviato di un uomo è come quell’uomo stesso”. Gesù intende affermare l’autorità da lui conferita al suo discepolo: nelle parole del discepolo risuona la voce del Maestro e, tramite lui, quella del Padre.
È a questo punto che viene ripreso il tema introdotto dalla prima lettura. Chi accoglie il profeta, per il fatto di essere un profeta, riceverà la ricompensa del profeta. Anche un gesto d’amore semplice come quello di offrire un bicchiere d’acqua fresca a un discepolo, anche se piccolo, senza alcuna apparenza, senza titoli prestigiosi, non rimarrà senza ricompensa.
Non tutti hanno ricevuto da Dio le medesime qualità e gli stessi doni. Tuttavia, in modi diversi, ma con la stessa generosità, ogni vero credente è chiamato a dare il proprio contributo e il proprio appoggio a chi si dedica direttamente all’annuncio della parola di Dio. Prima ancora dell’aiuto materiale queste persone hanno bisogno di sentire che i loro sforzi sono apprezzati dai fratelli di fede e che il loro messaggio viene assimilato.
Questa accoglienza deve manifestarsi in modo particolare nei confronti di coloro che hanno rinunciato a farsi una “casa”, a costruirsi una famiglia, non per fuggire, per vivere isolati e lontani dal mondo, ma per appartenere ad ogni famiglia, per essere completamente disponibili a Cristo e ai fratelli. Come è valutato il loro servizio? Come sono inseriti nella nostra comunità? Ogni famiglia li considera suoi membri o li ritiene degli estranei? Come viene manifestata la gratitudine nei confronti del lavoro che generosamente svolgono?
Nel sito Settimana News sono presenti anche i commenti alla prima e seconda lettura.
