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Comunità Kairos – Commento al Vangelo di domenica 10 maggio 2026

Domenica 25 Maggio 2025 - VI DOMENICA DI PASQUA - ANNO C
Commento al brano del Vangelo di: Gv 14,23-29

Data:

In continuità col brano di domenica scorsa, il vangelo di oggi ci porta al cuore del discorso di addio, un lungo discorso rivelativo dell’identità di Gesù e dell’amore del Padre.

Siamo nel contesto dell’ultima cena, in cui Gesù si sofferma a lungo con i discepoli per prepararli all’evento imminente della sua passione e morte.

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Anche se è difficile prescindere dal senso di turbamento e tristezza per quanto sta per accadere, sappiamo che «l’ora» che si avvicina è per il dono della salvezza (Gv. 13, 1). Gesù, infatti, tornando al Padre va preparare un posto per noi e la sua morte diviene un passaggio che apre una via per i discepoli (Gv, 14, 1-7).

Si tratta di due aspetti cruciali che secondo lo stile giovanneo vengono sottolineati e ripetuti, grazie a quell’andamento a spirale, che consente di ritornare, approfondire ed elevare la comprensione del mistero. La morte del Figlio non indica un distacco o l’abbandono da parte del Padre, ma è il momento culminante della loro comunione (l’ora della gloria: Gv. 13, 31-33) e rappresenta il punto più alto dell’amore per noi («li amò fino alla fine»). Proprio da questo amore scaturisce il dono dello Spirito Santo.

La promessa di Gesù si esprime così nell’annuncio dell’invio di “un altro Paraclito” (letteralmente chiamato accanto, invocato in aiuto) perché, in una forma nuova, ancora più intima, possiamo sentirci vicini a lui. Con lo Spirito, infatti, la relazione con il Signore non si gioca più sul piano della prossimità, ma su quello profondo dell’inabitazione: Dio stesso dimora in noi e con noi rimane sempre.

“Non vi lascerò orfani, ritornerò da voi”: sono le parole di consolazione rivolte ai discepoli smarriti, ma sono anche una promessa che attraversa il tempo e raggiunge ogni credente. La sua presenza non viene meno: si trasforma, si interiorizza, si fa vita condivisa. “Io vivo e voi vivrete”, la sua esistenza diventa la sorgente della nostra.

Tutto questo si inscrive nella grande cornice dell’amore, che è il principio e il motore di ogni cosa. Dall’amore originario di Dio nasce anche la nostra capacità di amare: un amore che non resta astratto, ma si traduce in impegno concreto, attenzione sincera, cura e sollecitudine per

gli altri. Il lascito di Gesù è il comandamento dell’amore reciproco: amare come lui ha amato, per entrare e rimanere nella comunione con il Padre e con il Figlio.

Il dono dello Spirito santo è all’origine della comunità cristiana e accompagna e orienta il cammino dei credenti. Il suo ruolo è quello di ricordare e interiorizzare gli insegnamenti di Gesù, rendendo viva e operante, nel qui e ora della storia, la sua parola, fino al suo ritorno.

Lo Spirito del Risorto è, dunque, memoria viva del suo amore, del dono della pace e del perdono. È colui che permette ai discepoli di rileggere gli eventi della croce non come fallimento, ma come rivelazione di un amore più forte della morte. Nella dinamica unitaria della crocifissione e risurrezione, infatti, la gloria del Signore entra nel mondo e lo trasforma dall’interno.

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In questa luce, anche la sequela assume un volto nuovo. I discepoli sono chiamati a vivere l’assenza del Maestro non come vuoto sterile, ma come spazio abitato dallo Spirito. È lui che rinnova il nostro cuore e rende possibile una comunione viva e vitale con Cristo, simile a quella che lega i tralci alla vite (cfr. Gv 15,1-17).

Commento di Monica.

Per gentile confessione della Comunità Kairos.