La Fede che vince ogni tempesta
Commento al Vangelo a cura del Card. Angelo Comastri – Vicario Emerito di Sua Santità per la Città del Vaticano – Arciprete Emerito della Basilica Papale di San Pietro.
Il commento per questa domenica riflette sul profondo significato della fede cristiana come ancora di salvezza durante le inevitabili difficoltà della vita. Attraverso l’episodio evangelico della tempesta sedata, mons. Comastri spiega che Dio non evita le sofferenze ai credenti, ma garantisce la sua presenza costante in mezzo a esse. Vengono citate le testimonianze toccanti di Benedetta Bianchi Porro e Jacques Fesch per dimostrare come l’incontro con Cristo possa trasformare il dolore e persino la morte in momenti di pace.
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La narrazione sottolinea che, sebbene la Chiesa e i singoli si sentano spesso come una barca sballottata dalle onde, la fiducia in Dio permette di superare ogni prova. In definitiva, il messaggio invita a aprire il cuore a Gesù per trovare la serenità necessaria ad affrontare le sfide quotidiane.
Trascrizione del video
Sia lodato Gesù Cristo. 19ª domenica per annum.
Se abbiamo fede, sperimentiamo Dio presente dentro le prove. Per capire il senso dell’episodio raccontato nel Vangelo di oggi, dobbiamo tenere presente un fatto: gli evangelisti scrissero le memorie della vita di Gesù alcuni decenni dopo la morte, la risurrezione e l’ascensione al cielo. Nel frattempo, gli apostoli si erano sparsi per il mondo, avevano gettato dovunque il seme del Vangelo e avevano visto nascere le prime comunità. Però, si erano presentate anche le prime prove e le prime persecuzioni, del resto preannunciate chiaramente da Gesù che aveva detto: “Come hanno perseguitato me, perseguiteranno anche voi; ma non abbiate paura, io ho vinto il mondo”.
E infatti era stato ucciso a Gerusalemme il giovane Stefano, perché apertamente manifestava la sua fede in Gesù; era stato ucciso Giacomo, fratello di Giovanni; erano morti martiri a Roma Pietro e Paolo durante la persecuzione di Nerone. Veniva spontaneo cercare nella vita di Gesù qualche episodio che potesse illuminare il vissuto delle comunità cristiane.
Il Vangelo di oggi ne racconta uno e vale anche per noi. Dice l’evangelista Matteo: “Eravamo sulla barca e la barca era sballottata dalle onde”. Ad un certo punto le onde diventarono minacciose e la barca era a qualche miglio dalla terra. Possiamo immaginare lo sgomento degli apostoli: le tempeste fanno sempre paura a tutti. Eppure, nella vita, prima o poi tutti incontriamo qualche prova, tutti sperimentiamo qualche tempesta. Anche la Chiesa sembra una barca in mezzo alla tempesta; anche in questo momento, anche oggi.
Forse gli apostoli pensavano che, stando con Gesù, sarebbero stati al riparo da ogni prova. Talvolta lo pensiamo anche noi, ma non è così. Anche da credenti camminiamo in mezzo alla tempesta e anche la Chiesa cammina in mezzo alla tempesta. Non dimentichiamolo.
Come possiamo uscirne? Seguiamo il racconto del Vangelo. Gli apostoli in un primo momento affrontarono la tempesta con le proprie forze, ma si accorsero ben presto che non riuscivano a venirne fuori. E Gesù non era sulla barca con loro. Forse si chiesero: “Perché non è qui ora con noi, proprio ora che ne abbiamo bisogno? Perché ci ha lasciati soli?”.
Quante volte anche noi, nelle difficoltà inevitabili della vita, ci facciamo la stessa domanda? Il Vangelo ci risponde raccontando come andarono le cose per gli apostoli. Dice l’evangelista Matteo che, mentre la tempesta si faceva più furiosa, gli apostoli si accorsero che una persona stava camminando sulle onde e si dirigeva verso di loro. Inizialmente non riconobbero che era Gesù e Lui stesso dovette tranquillizzarli e dire: “Ma sono io, non abbiate paura”.
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Il messaggio è importantissimo ed è di grande attualità anche per noi, anche per la Chiesa in questo momento: Dio non dispensa noi credenti dalle prove. L’esperienza ce lo conferma ogni giorno. Però, se abbiamo fede, sperimentiamo Dio presente dentro le prove e con Lui si esce fuori vincitori sempre. Così accadde agli apostoli, così accade per noi oggi.
A conferma potrei raccontarvi tantissime testimonianze, mi limito ad alcune. Mi ha sempre impressionato la storia di Benedetta Bianchi Porro. Era una ragazza bellissima, intelligentissima, ma un terribile morbo — il tumore del sistema nervoso — la privò di tutto: la rese sorda, semiparalizzata, senza odorato, senza olfatto e alla fine cieca. Questa ragazza all’inizio era disperata, e lo capisco, ma poi — racconta lei stessa — aprì il cuore a Gesù e fece una meravigliosa scoperta, la stessa scoperta che fecero gli apostoli: Dio è dentro la prova. Dio abita anche nel dolore e con Lui, cantando, si può attraversare anche la valle oscura del dolore.
Questa ragazza fino alla fine ha consolato i giovani sani che andavano a trovarla e ha dettato alla mamma tante lettere per le persone disperate che incontrava nel cammino. Meravigliosa è la lettera a Natalino, un giovane handicappato di Pontedera, scritta nell’estate del 1963 quando Benedetta era già cieca. Scrive così:
“Caro Natalino, ora sono anche cieca però non sono disperata. Sai perché? Perché so che in fondo alla via Gesù mi aspetta. Natalino, la vita è come la traversata di un ponte: non costruire la casa sul ponte, ma lasciati guidare da Gesù sull’altra riva che è il Paradiso”.
Quanti costruiscono la casa sul ponte… che illusione e che delusione! A tutti diceva Benedetta: “O Dio con me, come sto bene! O Dio con me, come vorrei trasmettere la pace del mio cuore!”.
Un’altra testimonianza recente è quella di Jacques Fesch. Ne parlo spesso perché la sua storia mi ha tanto colpito. Jacques era un giovane di Parigi ricchissimo e sempre scontento che arrivò a progettare una rapina e ad uccidere un poliziotto che lo stava inseguendo. Era il 25 febbraio del 1954. Allora in Francia era ancora in vigore la pena di morte e così venne condannato alla ghigliottina. Gli cadde il mondo addosso, ma nel carcere si fece umile, aprì il cuore a Gesù e sperimentò che Gesù è presente dentro la prova.
Lasciò lettere commoventissime nelle quali racconta la scoperta di Gesù vicino e il cambiamento della sua vita. Tra l’altro scrive:
“Ho sbagliato perché mio padre mi ha fatto crescere nell’ateismo completo. Ero convinto che non ci fosse niente dopo la morte e pertanto mi sono buttato nella ricerca di esaudire ogni capriccio, anche il capriccio più assurdo. E sono diventato delinquente; ero un mostro di egoismo. Ora tutto è cambiato: con Gesù non ho paura neppure della morte. Tra poche ore vedrò Gesù e sono felice”.
E ha affrontato la ghigliottina invocando Gesù e restando sereno tra la sorpresa di tutti. Volle baciare il crocifisso prima di posare la testa sotto la lama e disse — lo sentirono tutti —: “Gesù, aiutami”. Il cappellano ha dichiarato: “È morto con la serenità di un santo”.
Raccogliamo l’insegnamento che viene da queste storie vere, concrete, recenti. Diamo spazio a Gesù nella nostra vita e tutto sarà diverso: nessuna prova ci farà paura perché, facendo spazio a Gesù con una fede umile e sincera, le tempeste si placano, il cuore trova la pace e fa un passo verso la grande festa che ci aspetta dopo questa vita. Si tratta soltanto di credere; e accadono veramente questi miracoli, anche per noi, anche nelle nostre prove quotidiane.
Sia lodato Gesù Cristo.
