La liturgia di oggi si riferisce per due volte ad Abramo. Abramo è il modello del credente, perché la sua fede è identificata dalla carità e dall’umiltà: basta ricordare la sua accoglienza dei misteriosi visitatori alle querce di Mambre, l’intercessione a favore delle città corrotte, il suo mettersi in secondo piano davanti al nipote, Lotte, lasciandogli la terra più fertile.
Il brano di oggi manifesta in modo particolare tutte le sue disposizioni interiori espresse nel gesto di di prostrarsi in adorazione per ricevere la promessa; la fede è un combattimento per la vita. Essa si oppone alla forma più insidiosa e quotidiana, quella che prende il nome di “inutilità dell’esistenza”.
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Gesù è il vero discendente di Abramo perché nel combattimento spirituale la sua fede apre ogni uomo ha una insperata speranza. Nell’angoscia che ci imprigiona, Gesù apre una breccia in cui la vita può irrompere perché egli è la vera vita.
Per Riflettere
È necessario che io venga sepolto con Cristo, per risorgere con lui e ricevere l’eredità. Ecco che cosa ci insegna questo grande mistero: Dio che per noi si è rivestito di umanità, si è fatto povero allo scopo di risollevare la nostra natura debilitata e di restaurare noi la Sua immagine deturpata promuovendo l’uomo.
Egli in fondo ci chiede piccole cose, mentre immense sono quelle che concede, ora e nel futuro: a chi lo ama con cuore sincero; cioè, quando per amore ci sforziamo di sopportare ogni cosa, ringraziandolo sempre di tutto, nella gioia e nella tristezza, e gli raccomandiamo le anime nostre e quelle dei nostri compagni di viaggio. (Gregorio di Nazanzio)
FONTE: Ascolta e Medita – Centro Pastorale per l’Evangelizzazione e la Catechesi
