Paolo Curtaz – Commento al Vangelo del 20 Marzo 2026

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Vangelo del giorno di Gv 7,1-2.10.25-30

Cercavano di arrestare Gesù, ma non era ancora giunta la sua ora.
Dal Vangelo secondo Giovanni

In quel tempo, Gesù se ne andava per la Galilea; infatti non voleva più percorrere la Giudea, perché i Giudei cercavano di ucciderlo.
Si avvicinava intanto la festa dei Giudei, quella delle Capanne. Quando i suoi fratelli salirono per la festa, vi salì anche lui: non apertamente, ma quasi  di nascosto.
Alcuni abitanti di Gerusalemme dicevano: «Non è costui quello che cercano di uccidere? Ecco, egli parla liberamente, eppure non gli dicono nulla. I capi hanno forse riconosciuto davvero che egli è il Cristo? Ma costui sappiamo di dov’è; il Cristo invece, quando verrà, nessuno saprà di dove sia».
Gesù allora, mentre insegnava nel tempio, esclamò: «Certo, voi mi conoscete e sapete di dove sono. Eppure non sono venuto da me stesso, ma chi mi ha mandato è veritiero, e voi non lo conoscete. Io lo conosco, perché vengo da lui ed egli mi ha mandato».
Cercarono allora di arrestarlo, ma nessuno riuscì a mettere le mani su di lui, perché non era ancora giunta la sua ora.

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Parola del Signore.

Il problema di fondo, per gran parte degli studiosi, dei sacerdoti e dei devoti giudei contemporanei di Gesù, è uscire dalle proprie aspettative. Nel senso che ci si era fatti un’idea ben precisa di come sarebbero dovute andare le cose. Si aspettava la venuta del Messia, in teoria.

In pratica il rinato tempio aveva sopito i bollori spirituali di molti: la politica di disimpegno romano, ormai padrone da un secolo di quella terra, la relativa autonomia di cui godevano i responsabili religiosi e la geniale intraprendenza del re fantoccio Erode che aveva fatto rinascere il tempio, avevano distratto molti dall’attesa messianica.

Attesa che si era sviluppata con la scomparsa degli ultimi profeti: in Israele non c’era più il tempio, il paese da tempo era sotto dominio straniero e non sembravano esserci nuovi profeti a indicare una soluzione. Ecco quindi l’attesa di un nuovo condottiero, unto come un re, un nuovo Davide che avrebbe riportato splendore al paese sotto dominazione straniera.

Solo che gli studiosi avevano stabilito le caratteristiche di questo messia: discendente di Davide (e qui ci siamo ma loro sanno che Gesù viene da Nazareth, non da Betlemme), condottiero, carismatico. Gesù, invece, si pone in maniera totalmente diversa: conduce, sì, ma al Padre e vive e sperimenta la compassione e la misericordia, giungendo a suggerire il paradosso assurdo del porgere l’altra guancia a chi ti schiaffeggia, altro che guerriero!…

Ma, oggi, durante il complesso e lungo vangelo della festa delle Capanne, la questione è un’altra: il messia sarebbe giunto con un’aura di mistero, di soprannaturalità, di carisma spirituale. Gesù, invece, si presenta come un dimesso predicatore itinerante, viene dalla Galilea, niente di che, insomma. Perciò non viene riconosciuto.

Lezione terribile per noi, oggi: Dio giunge a noi attraverso strumenti inattesi, dimessi, quotidiani. Se ci aspettiamo fuochi d’artificio, corriamo il rischio di non vedere il fuoco che divampa accanto a noi.

+++Commento di Paolo Curtaz tratto, per gentile concessione, dal libretto Amen, la Parola che salva.+++

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