I frutti dell’ascolto
Ascoltiamo oggi la prima delle sette “parabole del regno” che l’evangelista Matteo dipana nel capitolo tredicesimo. La nota parabola (cf. Mc 4,1-20; Lc 8,4-15) si presenta come “parabola del seminatore” sebbene nella spiegazione dello stesso Gesù si riveli piuttosto come “parabola dei terreni”.
Quel che viene seminato è la Parola di Dio (“la parola del Regno”, Mt 13,18), i cui pensieri sono insondabili, sono altro rispetto ai pensieri degli uomini, come annuncia il profeta Isaia nella prima lettura. Questa Parola immette in una dinamica paragonata all’acqua, alla pioggia che dal cielo disseta la terra, fecondandola e facendola germogliare, consentendo a ciascuno di vivere (dona “il seme a chi semina e il pane a chi mangia”, Is 55,10b): la vita è l’effetto desiderato dalla parola uscita dalla bocca del Signore, il suo compito, la sua piena realizzazione che così ritorna a lui, perché è con il Signore che è possibile questo fiorire di vita. Infatti “non ritornerà a me senza aver compiuto ciò per cui l’ho inviata” (Is 55,11).
Gesù “sedeva presso il mare” (non “si sedette”, v. 1). Questa posizione lo pone come maestro (cf. Mt 5,1-2), funge da sfondo e viene ripresa subito dopo: siccome le folle si accalcano sulla riva, Gesù si discosta ponendosi a sedere su una barca, da dove “parlò loro di molte cose in parabole” (v. 3). Per parlare del regno dei cieli Gesù racconta di cose umanissime, fa parlare la vita, perché nella vita, nelle sue dinamiche, troviamo Dio. Gesù parla in parabole, con immagini concrete che non costruiscono definizioni, ma restano parole aperte, allusive, sorprendenti, coinvolgenti, parole che destano interrogativi, costringono a pensare, suggeriscono cammini di ricerca di senso, di vita.
“Ecco, uscì il seminatore a seminare”. Uscì, il movimento è sempre verso fuori, verso l’altro.
Per la parte seminata sul terreno buono si dice che “dava” (non “diede”, Mt 13,8) frutto. Il tempo continuato forse vuol suggerirci di riporre fiducia in quel seme, di avere speranza che i frutti non mancheranno. L’importante è restare in ascolto: “Chi ha orecchi, ascolti!” (Mt 13,9.43). E l’ascolto vero non può che essere un mettere in pratica (cf. Mt 7,21.24; 12,50), un’obbedienza alla vita.
“A voi è dato di conoscere i misteri del regno dei cieli, ma a loro non è dato”: descrive un dato di fatto, non una finalità: il cuore è spesso già indurito, non è Dio a renderlo chiuso. Eppure il desiderio del Signore è che ascoltino e comprendano con il cuore, ossia con tutta la loro persona, che ritornino “e io li risanerò” (v. 15b). Gesù sta vivendo l’incomprensione dei suoi contemporanei, come ogni profeta, e questo sembra il motivo del suo parlare in parabole.
Beati allora siete “voi”, che attraverso il suo insegnamento potete diventare discepoli, ricevendo il dono inestimabile della comprensione, dell’intuizione dei misteri del regno. Secondo un’immagine giudaica, Dio “mette a dimora” nel mondo gli uomini come piante, la cui intelligenza è legata proprio al fruttificare.
Guardando alla spiegazione della parabola, invece che limitarci a pensare a quattro tipologie diverse di persone, possiamo ritrovare in noi stessi tutti i terreni, e possiamo intenderli come un cammino, un itinerario non compiuto una volta per sempre.
“Tutte le volte che uno ascolta la parola del regno e non la comprende”: l’ascolto infatti non è mai finito. Quando non si comprende la parola “viene il maligno e ruba ciò che è stato seminato nel suo cuore”. Il seme lungo la strada mostra la fretta, la mancanza di profondità, l’impossibilità a far penetrare nell’humus dei nostri sensi, l’incapacità di interiorizzazione. Il terreno sassoso ricorda l’entusiasmo, la gioia dell’innamoramento che si rivela tuttavia un baluginare non duraturo, che inciampa di fronte alle prove, privo di perseveranza. Le spine evocano la lotta, l’ascesi compiuta nel quotidiano per il discernimento tra la Parola e le parole, il rischio della carenza di respiro, forse il fiato corto dell’ansia per le “preoccupazioni del mondo”, la dissipazione subdola per “l’inganno della ricchezza”. Qui viene esplicitato che “la parola diviene infruttuosa”.
A sigillare la disastrosa rassegna ecco finalmente la condizione per poter fruttificare, una situazione che dilata l’orizzonte. Vengono riprese le parole centrali del nostro vangelo, che, loro stesse, sembrano ora arrivare a maturazione: “Il seme seminato nella terra buona è colui che ascoltala parola e la comprende; questi dà frutto”. Il seme ha portato frutto a partire dalla sua stessa forza (dynamis) di vita, secondo le disposizioni della terra, della grazia di essere lavorata, dissetata, illuminata, riscaldata.
La misura dei frutti, comunque sovrabbondante e sorprendente, sfugge al nostro controllo, come la forma e i tempi di questi frutti: forse questo è proprio garanzia che si tratta di frutti non prodotti da noi, ma da Dio. Frutti che nel Signore trovano il loro “essere a dimora”.
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Sorella Silvia
Per gentile concessione del Monastero di Bose.
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