Lo show di Gesù
In questi giorni di Festival di Sanremo una delle componenti non secondarie è il look scelto dagli artisti che salgono sul palco. L’aspetto del cantante, come anche il modo in cui interpreta il brano, non è separabile dalla canzone presentata.
Non contano solo la musica e la voce: anche il volto, l’immagine, la presenza scenica comunicano qualcosa di essenziale. Sappiamo che dietro ogni scelta estetica c’è un messaggio preciso, mai casuale. C’è chi si presenta con abiti elaborati e ricchi, chi con uno stile apparentemente semplice o trasandato: in ogni caso è sempre un modo per dire qualcosa di sé e della canzone. Attraverso quel brano e quel modo di eseguirlo, l’artista racconta ciò che è e ciò che pensa della vita e del mondo.
- Pubblicità -
Pensavo proprio al palco di Sanremo leggendo il racconto della Trasfigurazione. Anche gli altri evangelisti, Luca e Marco, narrano questo episodio significativo della vita di Gesù. È un evento dai tratti sorprendenti, quasi sospeso tra sogno e realtà, simile a uno show televisivo.
Gesù conduce con sé i tre discepoli più vicini, Pietro, Giacomo e Giovanni, su un monte alto. Non sappiamo quale sia, ma il particolare dell’“alto” indica un salire, un entrare in un’altra dimensione. È come se si aprisse una scena nuova: una manifestazione solenne, con presenze straordinarie e segni luminosi. Non è finzione, ma rivelazione: qualcosa che appartiene profondamente alla storia di Gesù e che i discepoli faticano ancora a comprendere.
Per un momento Gesù lascia trasparire la sua identità più profonda. Accanto a lui compaiono Mosè ed Elia, rappresentanti della Legge e dei Profeti. Il dialogo con loro, di cui non conosciamo il contenuto, manifesta che egli è il compimento delle attese religiose e spirituali di Israele. Poi una nube luminosa avvolge tutti e una voce dall’alto invita a fissare lo sguardo su di lui e ad ascoltarlo. Tutto converge sulla sua identità e sulla sua parola.
È una manifestazione potente che non vuole stupire per ingannare, ma rivelare chi è veramente Gesù. Anche quando tornerà al suo aspetto quotidiano, quando apparirà fragile e sarà contestato fino a essere rifiutato, ciò che è stato mostrato sul monte resterà vero.
La tradizione identifica quel monte con il Monte Tabor, ma al di là del luogo preciso ciò che conta è l’esperienza vissuta: un incontro che tocca il cuore e fa esclamare: «È bello per noi essere qui». Non è solo un giudizio estetico, ma l’espressione di una gioia profonda. Quando verranno i giorni difficili, quando seguire Gesù sembrerà inutile o perdente, quel ricordo di bellezza sosterrà i discepoli.
Gesù è lo stesso: quello luminoso sul monte e quello feriale delle strade di Galilea. È il Maestro esigente che chiede di seguirlo ogni giorno, ma anche il Figlio amato che rivela la sua natura divina. Ascoltarlo e seguirlo è un’esperienza di bellezza che non delude.
Questo Vangelo parla della preghiera. Per il discepolo è indispensabile vivere momenti in cui salire “sul monte”, sostare alla presenza di Dio e lasciarsi illuminare. Nella preghiera personale e comunitaria — fatta di ascolto, meditazione, lode, richiesta di perdono, canto, silenzio e talvolta lacrime — tutto acquista una luce diversa. Può essere un attimo breve, ma senza quell’attimo la fede si raffredda e rischia di spegnersi.
La preghiera è come una canzone in cui Dio e l’uomo entrano in dialogo, anzi formano un vero e proprio duetto. Alcuni brani ascoltati sul palco di Sanremo, anche senza vincere, restano nel cuore e nella mente a lungo. Così la Parola di Dio, se accolta e pregata, continua a risuonare dentro di noi. E allora anche noi potremo dire, ogni giorno: «È bello essere discepoli di Gesù».
- Pubblicità -
Fonte: il blog di don Giovanni Berti (“in arte don Gioba”)




