Hai presente quelle file nei pronto soccorso, lunghe, affollate, con persone in attesa di un aiuto che a volte tarda ad arrivare?
In Italia si parla di reparti che rischiano di avere meno della metà dei medici necessari nei prossimi mesi, e tante persone che fanno la “fila” per essere curate o ascoltate, stanche di aspettare una risposta concreta. È una specie di “massa che cerca guarigione” dei nostri giorni, non molto diversa dal racconto del Vangelo in cui la gente porta i malati e spera di toccare almeno il lembo del mantello di Gesù per essere salvata.
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Immaginiamoci allora per un attimo una coperta di tessuto ruvido, appoggiata su una lunga fila di persone: ciascuno tiene un lembo tra le dita, sperando che possa fare la differenza. Quel lembo è l’esperienza di Gesù tra la gente: non è un oggetto magico, ma la presenza di qualcuno che si prende cura, che non lascia soli e che unisce tutti. È così anche nella nostra vita: cerchiamo qualcosa, un segno di speranza, un gesto che dice “ti vedo, ti accolgo, ci sono”.
Nel Vangelo di Marco vediamo come Gesù non respinge nessuno: i malati vengono portati nelle piazze, chiunque può cercarlo, toccare. È uno sguardo totale, che sfida perfino il caos e la folla. Questo ci ricorda una realtà difficile: anche nei mezzi di guarigione umani, come gli ospedali, c’è fragilità, lentezza, confusione. Ma c’è pure chi lotta perché nessuno resti senza risposta, perché la comunità non resti bloccata in una piazza in attesa, sola e confusa.
Sant’Ansberto, vescovo francese, era immerso nelle responsabilità della corte e scelse poi di andare incontro agli altri con umiltà, diventando monaco e confessore. Ci insegna che la salvezza non è qualcosa che si tocca come il mantello di Gesù, ma una presenza che si offre, un volto che accoglie.
Spesso cerchiamo salvezza in cosa da toccare come talismani, amuleti, oggetti portafortuna o scaccia pensieri… Invece di affidarci e aggrapparci a colui che può tirarci fuori dalla morte.
Ma a pensarci bene, anche noi possiamo essere ancore di salvezza per altri: nella nostra quotidianità il nostro sguardo o le nostre parole possono toccare chi è stanco di aspettare, chi sta soffrendo, chi cerca attenzione o affetto…
Ci hai mai pensato? In questo modo, anche noi possiamo diventare “lembo di mantello” per gli altri. Magari non possiamo portare perfetta, ma vicinanza reale che può portare un fratello o una sorella all’incontro con quel Cristo che noi per primi abbiamo incontrato e che ci ha fatti sentire amati e quindi salvati.
E a pensarci bene, la salvezza si realizza nell’incontro….
In Cristo c’è sempre spazio per la speranza nuova e per la guarigione che apre all’infinito. Noi siamo solo tramiti…
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don Domenico Bruno
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