Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 29 Novembre 2020

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Come con un ritornello insistente, in questa prima domenica del tempo forte dell’Avvento, Gesù ci invita alla vigilanza. Si tratta di un atteggiamento tipico di chi sta in attesa, di chi non si lascia sopraffare dagli eventi, dall’assuefazione o dalla superficialità. Vigilare significa rimanere desti, padroni di sé stessi, sempre capaci di interrogare la realtà e di lasciarsi interrogare. Chi conosce il tempo esatto di un evento, può anche permettersi di occupare l’attesa con altro, programmando gli impegni intermedi, colui invece che non conosce i tempi, non può lasciarsi sorprendere come uno sprovveduto, abbassando la guardia. E così è la vita cristiana: una linea che si proietta verso un fine, l’incontro con Cristo, nella dimensione personale e in quella comunitaria, ma in un tempo che ci resta sconosciuto. Sappiamo che avverrà, perché ce l’ha detto, ma quando e come non lo sappiamo.

Lui è già venuto una volta, per darci la direzione del cammino e ci ha detto che tornerà una seconda volta, per condurci nella dimensione della definitività. Il tempo breve ma intenso dell’Avvento, nell’economia dell’anno liturgico, ci esorta a verificare in noi questo atteggiamento di vigilanza, di chi non distoglie l’attenzione dall’obiettivo, rimandando e dimenticando. Gesù ci ricorda che non siamo i padroni della casa del Padre, né abbiamo potere di appropriarcene, siamo piuttosto servitori, con compiti specifici, ai quali prima o poi sarà richiesto conto dell’amministrazione. Siamo invitati a rimanere sempre saldi e desti in questo stato interiore di vigilanza, per non smarrire il senso del tempo e dell’esistenza, che trova la sua ragion d’essere nell’incontro con Lui.

Sarebbe una grande sconfitta farsi trovare addormentati dal padrone di casa al suo ritorno, perché significherebbe non aver corrisposto alla sua fiducia, non aver dato peso alle sue parole. L’immagine del portiere, che deve vigilare attentamente sulla porta, controllandone le entrate e le uscite, è una provocazione forte per noi a tener desto il nostro spirito di discernimento, sia a livello personale, sia a livello comunitario. Non possiamo far entrare in noi stessi, nel nostro cuore, ogni cosa, ma siamo chiamati a vigilare, a fare attenzione, a distinguere ciò che ci fa bene e giova alla nostra edificazione, da ciò che ci fa male e ci distrae dall’obiettivo, che è Gesù. Dall’altra parte, come parte di un unico Corpo, la Chiesa, abbiamo il compito di “guardare la porta” ai nostri fratelli, perché la loro vita non sia sopraffatta dal male, distolta dal bene e trascinata lontano da Dio.

Una fede autentica ha sempre in sé questa dimensione fraterna: non posso rimanere disinteressato di fronte alla sorte di mio fratello. Siamo invitati a guardarci sempre da quella obiezione-tentazione di Caino, che potrebbe risuonare anche nel nostro cuore distratto e cinico, che non vuole dar conto a Dio della sorte del fratello: “Sono forse il custode di mio fratello?” (Gen 4,9). Per concludere, ci fa bene rileggere Benedetto XVI che in modo illuminato ci istruisce sui pericolosi rischi della sonnolenza spirituale, l’atteggiamento diametralmente opposto alla vigilanza: “Questa sonnolenza è un intorpidimento dell’anima, che non si lascia scuotere dal potere del male nel mondo, da tutta l’ingiustizia e da tutta la sofferenza che devastano la terra. È un’insensibilità che preferisce non percepire tutto ciò; si tranquillizza col pensiero che tutto, in fondo, non è poi tanto grave, per poter così continuare nell’autocompiacimento della propria esistenza soddisfatta. Ma questa insensibilità delle anime, questa mancanza di vigilanza sia per la vicinanza di Dio che per la potenza incombente del male conferisce al maligno un potere nel mondo” (Benedetto XVI, Gesù di Nazaret. Dall’ingresso in Gerusalemme fino alla Resurrezione, LEV, Città del Vaticano 2011, p. 173).