Don Luciano Labanca – Commento al Vangelo del 22 Novembre 2020

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Partecipi della sua regalità

La XXXIV domenica del Tempo Ordinario, che apre l’ultima settimana dell’anno liturgico, coincide con la solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo. Quella di Cristo è una regalità differente da quella che sta nella considerazione del mondo. Non è un Re che domina, che opprime, sottomette e comanda, ma è un Re che serve, che “regge” non tenendo lo scettro nelle sue mani, ma sostenendo l’umanità e il mondo sulle sue spalle!

La sua regalità, mediante il suo essere servo umile si propone, non si impone, fino a donarsi senza riserve nella sua vita, passione e morte. Con la risurrezione, però, vincendo la morte e il peccato, Egli è Signore, così alla fine dei tempi potrà tornare come giudice glorioso, per dare una parola definitiva all’uomo e alla storia. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano le parole degli angeli rivolte ai discepoli mentre Gesù saliva al cielo: “Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo? Questo Gesù, che di mezzo a voi è stato assunto in cielo, verrà allo stesso modo in cui l’avete visto andare in cielo” (At 1, 11).

Ed è proprio a questo incontro sconvolgente e definitivo che ci prepara la pagina evangelica del giudizio, presentataci da Matteo al termine del cosiddetto “discorso sulle cose ultime”. Tutta l’umanità sarà destinataria di questo giudizio definitivo e tremendo e non sarà giudicata sulla base di quello che si è pensato o detto di buono, ma di quello che si è realizzato di bene ai propri fratelli. L’idea di costruire il giudizio sulle opere di misericordia, presenta il pensiero di Matteo secondo il quale, sebbene non tutti abbiano conosciuto Gesù, per tutti esiste la via a Lui che sono queste opere concrete verso il prossimo.

Papa Francesco, nella Fratelli tutti, parlando del rapporto tra la fede cristiana e le altre religioni, usa questa espressione: “come credenti ci vediamo provocati a tornare alle nostre fonti per concentrarci sull’essenziale: l’adorazione di Dio e l’amore del prossimo” (FT, 282). La fede, in altre parole, non è questione di idee e teorie, ma come ci ricorda Paolo “si rende operosa per mezzo della carità” (Gal 5, 6). C’è una sola via in cui tutti gli uomini si ritrovano uguali e nei fatti seguaci di Cristo, quella delle opere buone. Nell’amore verso i “più piccoli”, i bisognosi, gli affamati, gli assetati, i forestieri, gli ignudi e i carcerati, essi rendono un servizio a Cristo stesso, che alla fine della vita nel giudizio personale e alla fine dei tempi in quello universale, Egli riconoscerà e renderà effettivo e definitivo, mediante la partecipazione dei suoi benedetti alla gioia del suo Regno.

Alla fine dell’anno liturgico, la trasparenza disarmante di questo brano evangelico ci ricorda con forza che la fase terrena della nostra vita è uno stato embrionale, di preparazione e gestazione. La vera vita, quella definitiva, si ha con la fine dell’esistenza presente, quando non ci sarà più la possibilità di invertirne le sorti. Finche siamo in cammino, prima di arrivare all’incontro con il Re, possiamo sempre invertire la rotta, scegliendo questa logica dell’amore. San Paolo parlando ai Romani, ci esorta: “Dio renderà a ciascuno secondo le sue opere: la vita eterna a coloro che, perseverando nelle opere di bene, cercano gloria, onore, incorruttibilità; ira e sdegno contro coloro che, per ribellione, disobbediscono alla verità e obbediscono all’ingiustizia. Tribolazione e angoscia su ogni uomo che opera il male, sul Giudeo, prima, come sul Greco; gloria invece, onore e pace per chi opera il bene, per il Giudeo, prima, come per il Greco: Dio infatti non fa preferenza di persone” (Rm 2, 6-10).