Don Luciano Condina – Commento al Vangelo del 27 Dicembre 2020

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Nella festa della Santa Famiglia in questo anno B celebriamo l’episodio della presentazione di Gesù al Tempio, oggetto del quarto mistero gaudioso del rosario. Maria e Giuseppe, come prescritto dalla legge (in Es 13,2) devono offrire il primogenito che sempre appartiene a Dio in quanto primo nato, e per poterlo riprendere con sé devono riscattarlo con un sacrificio, che per le persone povere consisteva in una coppia di tortore o di colombi.

E’ curioso che in Esodo 13,2 è specificato che anche i primogeniti degli animali sono da considerarsi appartenenti a Dio; dunque, le nostre primizie, negli affetti e nel lavoro, non sono da considerarsi di nostra proprietà, secondo la legge. Perché?

Per entrare nella sapienza di questo testo dobbiamo tornare a un altro brano biblico in cui si parla di primizie, ossia la vicenda di Caino e Abele, nella quale sappiamo come Dio non gradisca allo stesso modo le offerte dei due fratelli. Infatti Caino offre generici “frutti del suolo”, mentre Abele offre “i primogeniti del suo gregge” (cfr. Gen 4,3-4). Perché questa disparità di trattamento verso i due fratelli? Ebbene, c’è molta differenza nel ricevere un qualcosa di generico rispetto a una primizia. La primizia era il primo frutto, agricolo o animale, e non era affatto scontato che dopo quello potessero venire altri frutti. In pratica, Caino dà il superfluo, Abele dà l’essenziale.

Quando si ama qualcuno non si può immaginare di donare solo parte di ciò che si ha, ossia il superfluo; non ci può sposare pensando che “il calcetto del lunedì non si tocca, gli hobby non si toccano e lo shopping è sacro…”: non si può amare dando meno di tutto! Perché altrimenti non è amore, ma solo interesse reciproco, il che non potrà durare a vita, come vediamo ormai ordinariamente. Questo è il perno della vita matrimoniale che non a caso ritroviamo nella festa della Santa Famiglia.

Domenica scorsa abbiamo visto che nell’Annunciazione Maria ribalta la scelta di Eva in Genesi 3; questa domenica vediamo che la sacra famiglia ribalta la scelta di Caino in Genesi 4. Con Gesù, Giuseppe e Maria, comincia una nuova Genesi: Gesù nuovo Adamo, Maria nuova Eva.

“Presentare Gesù al tempio” significa consegnare a Dio la parte migliore, il nostro tutto, il nostro “obolo della vedova”. Consegnare questa parte a Dio è entrare nell’amore, e nel matrimonio cristiano questa consegna a Dio avviene nel donarsi all’altro, senza condizioni, senza “a patto che”.

Le nostre famiglie sono molto spesso balbettanti, incerte, naufraganti, perché sono in totale referenza alle forze e alla logica umana. La logica umana non sfonda il muro del nulla, e per amarsi questo muro va invece sfondato; perché per volersi bene bisogna esser più forti del nulla: bisogna entrare nel nulla del coniuge, del figlio, del padre.

Per poter vivere la sfida della famiglia abbiamo bisogno di consegnarci al Signore, di purificarci; abbiamo bisogno che i nostri cuori siano attraversati da spade che ne rivelino i pensieri, e che tutto quello che è nostro sia vagliato.

Non si può andare alla salvezza improvvisando, dobbiamo consegnarci al Signore. La nostra vita è di Dio: se la nostra vita non è consacrata a Dio sarà sempre incompiuta e insoddisfacente. In Dio tutto diventa santo, meraviglioso, ma dobbiamo consegnarglielo dalle nostre mani come Maria che affida il primogenito.

Dio è come il re Mida: tutto ciò che tocca diventa oro. Affidiamogli tutto ciò che abbiamo, soprattutto la parte più oscura, affinché possa Lui solo trasformarla in oro.

Commento di don Luciano Condina

Fonte – Arcidiocesi di Vercelli