Commento al Vangelo di domenica 8 Novembre 2020– mons. Giuseppe Mani

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La venuta dello sposo

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Il capitolo XXV di Matteo è fatto delle parabole della vigilanza. Il tema centrale e di vegliare, non addormentarsi, essere pronti perché non sappiamo nè il giorno nè l’ora della venuta del Signore.
In che cosa consiste questa venuta? Presenta diversi aspetti. C’è sicuramente l’aspetto del giudizio, e questo giudizio è presentato dalle parabole di Matteo in maniera diversa.

Nella parabola di oggi, il giudizio proviene dal fatto della loro assenza. In qualche maniera si tratta di una presenza(quella dello sposo) e di una assenza (quella delle giovani) per cui non avviene l’incontro. Dio non si trova: siamo altrove, occupati in altre cose.

Le nozze

La venuta di Cristo non è che un giudizio. Anche qui, come altre volte è presentata come una festa. Si tratta dell’irruzione della gioia e dell’amore. Un incontro a cui non mancare. Abbiamo bisogno di sentirci dire questo, noi che, in fondo, abbiamo paura di Dio. Noi abbiamo già Dio, abbiamo già Cristo e siamo resuscitati con Lui e siamo in attesa di un incontro pieno. Questo incontro pieno noi non sappiamo quando avverrà. Sarà come delle nozze, ecco tutto ciò che possiamo dire. Abbiamo da prepararci alla gioia. La gioia di una unione di cui quella delle coppie è segno, profezia e caparra. Ed è alla gioia preparata dalla speranza che dobbiamo prepararci. Questo è il clima dell’attesa cristiana.

Tutte si addormentarono

Lo sposo tarda a venire! I primi cristiani sono vissuti nell’illusione che la venuta di Cristo fosse vicina. Si assicuravano i loro mezzi di sussistenza ma in qualche maniera tenevano “le valige pronte”. Poi è venuto il tempo della pazienza Ed è per questi che il vangelo è stato scritto facendo eco alla parola di Cristo. Ma è ancor più per noi, messi in un mondo che ancora non ha trovato il modo di vivere nella giustizia, di affrontare l’ateismo, la contestazione della fede, consumati dal tempo. Nella parabola tutto il mondo dorme e Gesù non ha l’aria di criticare questo sonno. Come dice altrove “Beati quei servi che il maestro al suo ritorno troverà vigilanti” ma penso che non sia da sottolineare nel testo non tanto questo dettaglio quanto il significato che il tempo passa, un tempo morto su cui abbiamo da vivere sulla nostra provvista di fede, di speranza e di carità. Noi viviamo tra il primo invito alle nozze (la prima venuta di Cristo e l’annuncio del vangelo) e l’incontro nuziale. Tra i due dobbiamo tenerci forti nella fede.

L’olio della lampada

L’olio della lampada non è che l’immagine della sopravvivenza della fede. Un olio che non si può né comprare né prestare. Gesù vuol dirci che ci sono persone che prevedono ciò che avverrà nell’avvenire e gente incapaci di vedere a distanza. Cosa significa in concreto? Che siamo minacciati dallo scoraggiamento e che alla lunga siamo tentati di non credere più. Il tempo passa. Gli innocenti continuano a morire, i potenti a mantenere il loro potere spesso intollerabile, la virtù non è ricompensata e il vizio non è punito. Allora la tentazione di rivolgersi “agli idoli” è grande. “Figlioli, guardatevi dai falsi dei” conclude la sua prima lettera Giovanni. “Vieni Signore Gesù” conclude il Nuovo Testamento. Grande è la tentazione di non credere all’invito di Dio e di non aspettarlo. Si installa il male nel mondo, ci si rassegna, vi si partecipa difendendosi senza convinzione. Il regno appartiene a coloro che non si rassegnano. Ritroveremo la consegna dataci dalla Scrittura di tener duro? Non lasciare spengere il nostro coraggio. Il coraggio non è che frutto della speranza. “Non lasciarci rubare la nostra speranza”. L’ora del Regno, per ciascuno di noi, l’ora che noi non conosciamo e che è l’ora della nostra morte. Crediamo veramente che quella è davvero l’ora delle nozze della nostra vita?

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