Commento al Vangelo di domenica 13 maggio 2018 – Comunità Monastica Ss. Trinità

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Il   passo   evangelico   che  la  liturgia   fa  proclamare  in   questa  festa  è   tratto   dalla  cosiddetta «conclusione canonica» del racconto di Marco, un epilogo aggiunto da un redattore posteriore per dare seguito alla finale troppo brusca e insolita dello scritto originario, che terminava con il v. 8. Questo secondo finale ci presenta un rapido sommario dei racconti di apparizione del Risorto chiuso dalla breve menzione dell’ascensione al cielo di Gesù e della successiva missione universale dei discepoli. Dopo l’apparizione a Maria di Màgdala (vv. 9-11) e a due discepoli in cammino (vv. 12- 13), il Risorto appare agli Undici (v. 14). Prima però di affidare loro il compito missionario dell’annuncio evangelico «a ogni creatura» (v. 15), è da notare che Gesù li rimprovera severamente «per la loro incredulità e durezza di cuore» (v. 14b). Ritorna, alla fine, un tema caratteristico della narrazione marciana che attraversa da cima a fondo tutto il libro: l’incredulità dei discepoli. E ritorna con insistenza, a più riprese, come un ritornello martellante (cfr. vv. 11.13.14.16). Ma è proprio in questo contesto che emerge, per contrasto, tutta l’ostinata fedeltà del Signore che non esita ad affidare la sua missione a dei discepoli rivelatisi quantomeno inaffidabili. Il vangelo è messo così in fragili mani di uomini increduli e titubanti affinché compia la sua corsa fino agli estremi confini del mondo.

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È singolare il fatto che destinataria della missione evangelizzatrice non è solamente l’umanità intera ma «tutta la creazione» (così recita letteralmente il v. 15). C’è qui una dimensione cosmica che non va sottaciuta: tutto l’universo creato è coinvolto in quel dinamismo di salvezza scaturito dalla Pasqua di Gesù e deve anch’esso ricevere la Buona Novella che rinnova e trasfigura ogni cosa. Paolo non dirà forse che anche la creazione attende con impazienza la sua liberazione e redenzione (cfr. Rm 8,19ss)?

«Chi crederà… chi non crederà…» (v. 16). Tutto si gioca tra fede e incredulità, tra accoglienza e rifiuto del vangelo, che rimane l’unico oggetto della predicazione apostolica. Già all’inizio del suo ministero Gesù invitava alla conversione e alla fede dinanzi all’avvicinarsi del Regno (cfr. Mc 1,15), ora, da Risorto, rilancia il suo appello perché il dono incomparabile del vangelo non vada inutilmente sprecato. I segni che accompagnano «quelli che credono» – e dunque non solo i missionari – sono conferme della Parola annunciata e accolta nella fede. Essi vengono compiuti nel nome di Gesù (cfr. v. 17), cosicché ciò che manifestano non è tanto la potenza e la grandezza dei credenti quanto la potenza divina che agisce per mezzo dello stesso Signore («e il Signore confermava la Parola con i segni che la accompagnavano»: v. 20).

«Dopo aver parlato loro…» (v. 19). Gesù ha ormai detto tutto e il Padre lo può «elevare», «assumere» in cielo (il verbo usato, analambáno, esprime un passivo divino) e intronizzarlo alla sua destra. Un solo versetto basta all’autore per descrivere la scena dell’ascensione: quel «cielo» che si era «squarciato» al momento del battesimo (cfr. Mc 1,10) ora accoglie di nuovo Colui che era disceso sulla terra per compiere fino in fondo la volontà del Padre. Se c’è un’elevazione, un’ascesa, è perché prima c’era stata una discesa, un abbassamento (cfr. Ef 4,9-10, II lettura). E in questo duplice movimento di discesa e salita si consuma tutta la vicenda terrena del Figlio di Dio. D’ora innanzi non esiste più separazione tra terra e cielo: se la terra è salita al cielo (con il corpo umano glorificato di Gesù), il cielo è disceso sulla terra (con lo Spirito Santo che il Figlio dal Padre ci ha mandato). «Sulla terra viene sparso un seme celeste e Colui che ritorna presso il Padre stabilisce d’ora in poi, nella sua qualità di Capo di una Chiesa ancora terrena, un vincolo inscindibile tra la terra e il cielo» (H.U. von Balthasar). In questa prospettiva il «cielo» non può più essere inteso come simbolo di lontananza, di distacco, di estraneità del Signore nei confronti di quanti ancora vivono e lottano su questa terra; al contrario: è proprio per essere salito al cielo, cioè presso Dio, che Gesù può essere presente nei suoi discepoli in maniera del tutto nuova e radicalmente più profonda. Infatti, subito dopo aver detto che Gesù risorto «sedette alla destra di Dio» (v. 19), il testo prosegue: «…e il Signore agiva insieme con loro (synergoûntos)» (v. 20). Questa «sinergia», questo «lavoro» divino e insieme umano, è precisamente l’opera dello Spirito Santo, il vero protagonista – non nominato – della missione.

Per concludere ci si può chiedere: se non è la tomba vuota la mèta del nostro cammino («Non è qui»: Mc 16,6), né il cielo il luogo verso cui fissare il nostro sguardo («Uomini di Galilea, perché state a guardare il cielo?»: At 1,11), dove cercare allora il Risorto? Perché molti sono ancora il luoghi ‘sbagliati’ in cui si smarrisce la nostra ricerca…

Fonte: Monastero Dumenza

LEGGI IL BRANO DEL VANGELO
VII DOMENICA DI PASQUA – ASCENSIONE DEL SIGNORE – ANNO B

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Mc 16, 15-20
Dal Vangelo secondo Marco

15E disse loro: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo a ogni creatura. 16Chi crederà e sarà battezzato sarà salvato, ma chi non crederà sarà condannato. 17Questi saranno i segni che accompagneranno quelli che credono: nel mio nome scacceranno demòni, parleranno lingue nuove, 18prenderanno in mano serpenti e, se berranno qualche veleno, non recherà loro danno; imporranno le mani ai malati e questi guariranno». 19Il Signore Gesù, dopo aver parlato con loro, fu elevato in cielo e sedette alla destra di Dio. 20Allora essi partirono e predicarono dappertutto, mentre il Signore agiva insieme con loro e confermava la Parola con i segni che la accompagnavano.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

  • 13 – 19 Maggio 2018
  • Tempo di Pasqua VII
  • Colore Bianco
  • Lezionario: Ciclo B
  • Anno: II
  • Salterio: sett. 3

Fonte: LaSacraBibbia.net

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