Commento al Vangelo del 5 Maggio 2019 – Piero Stefani

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Amare e voler bene

In Giovanni le azioni compiute da Simon Pietro dipendono dalla voce di altri. All’inizio del Vangelo fu il fratello Andrea a comunicargli: «Abbiamo trovato il Messia – che si traduce Cristo – e lo condusse da Gesù» (Gv 1,41-42) che lo fissò e subito gli aggiunse il nome simbolo del suo futuro compito: «“Tu sei Simone, figlio di Giovanni; sarai chiamato Cefa”, che significa Pietro» (Gv 1,42).

La mattina della risurrezione l’annuncio della tomba vuota (ma non ancora del Risorto) gli fu portato da Maria Maddalena (cf. Gv 20,2); dal canto suo, la prima esperienza di fede gli fu testimoniata dal discepolo che Gesù amava (cf. Gv 20,8). Sul lago di Galilea è di nuovo il discepolo amato ad annunciare: «È il Signore» (Gv 21,7). La ripetizione della stessa dinamica secondo cui Simone più che annunciare riceve, a propria volta, l’annuncio è una specie di simbolo del fatto che chi detiene un ruolo preminente è sempre debitore nei confronti degli altri. Pietro ha il «primato», ma non è il primo ad annunciare e a testimoniare la fede.

Sul mare di Galilea Simon Pietro si strinse le vesti e si gettò in mare (cf. Gv 21,7), egli compì un atto volto a giungere da Gesù prima degli altri; non fu però il primo a comprendere che chi aveva dato loro il consiglio di gettare di nuovo le reti fosse il Signore. Nel quarto Vangelo Pietro non è mai una figura isolata. Non lo è neppure nella scena imperniata sulla triplice affermazione del suo amore nei confronti di Gesù (cf. Gv 21,15.16.17), anche in questo caso sullo sfondo si stagliò infatti la figura del discepolo amato (cf. Gv 20,20).  […]

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