Commento al Vangelo del 22 Luglio 2018 – don Tonino Lasconi

Urgente bisogno di riconoscersi pastori

Tutti siamo “il custode del nostro fratello”. Perciò tutti, a differenti livelli e con diverse responsabilità, siamo chiamati a prenderci cura degli altri.
Per accogliere tutta la profondità della Parola di questa domenica è necessario distinguere diversi livelli. Il primo è quello della profezia messianica. Il “germoglio giusto” che Dio susciterà a Davide, il pastore che non farà perire e disperdere il gregge, che non si approfitterà delle pecore invece di prendersene cura, ma le radunerà e le custodirà con il suo stesso amore, è Gesù. Questo ci conferma il bellissimo episodio del vangelo. Gesù, umanamente e simpaticamente preoccupato di offrire a sé stesso e ai Dodici, provati dai “molti che andavano e venivano” tanto da non lasciare loro nemmeno il tempo di mangiare, un breve periodo di riposo, ci rinuncia quando invece del luogo deserto trova una grande folla desiderosa del suo insegnamento. Rinunciare a sé stessi per il bene degli altri. Questa è la cifra del pastore buono. Questo è Gesù. Che non disperde ma raduna. Che non divide ma crea pace. Che non abbandona anche e soprattutto nei momenti della “valle oscura”.

A chi è rivolto questo messaggio? Abituati a chiamare “pastori” il papa, i vescovi e i sacerdoti, la parola di Dio di oggi potrebbe finire per incoraggiare la critica nei confronti delle autorità ecclesiastiche. Critica facile e abbondantemente praticata. Ma sarebbe un uso errato e strumentale della Parola, perché “i pastori di Israele” erano le autorità civili e religiose. Non c’era distinzione.
“Bene! Allora cogliamo l’occasione per prendercela con tutte le autorità, sia civili, che militari, che religiose, che non curano il bene del popolo, ma i loro interessi”.
Nemmeno questo la Parola ci autorizza a fare, perché essa non è mai per gli altri, bensì per noi. Anche perché la critica alle autorità è talmente praticata che non c’è bisogno di prendere spunto dalla Bibbia.

Allora a chi è rivolto questo messaggio? A tutti noi quando, più o meno consapevolmente, a Dio che ci chiede: “Dov’è tuo fratello?”, rispondiamo o a parole o a fatti: “Sono forse io il custode di mio fratello?”. Non c’è scampo. Il severo rimprovero di Dio: “Guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” è per tutti noi quando e se ci disinteressiamo degli altri.

“Succede?” Altroché! Le cronache di questi giorni, di questi mesi, di questi anni sono la prova impietosa della corsa a rinunciare alle proprie responsabilità. Non si parla altro che di emigranti, di disoccupati, di poveri non per trovare il modo di aiutarli in maniera seria e dignitosa, ma per di far sì che essi non ci creino preoccupazioni. Invece di raccordarsi per evitare le tragedie che quotidianamente avvengono nel mare e nei deserti, e che i media impietosamente ci mettono sotto gli occhi, ce le si rinfaccia per ricavarne vantaggi per sé e discredito per la parte avversa. Succede anche che le affermazioni solenni di solidarietà e accoglienza siano una copertura a guadagni facili e illeciti. Papa Francesco chiama tutto ciò: “virus dell’indifferenza”, che si manifesta con “la maleducazione civica che disprezza il bene comune; la paura del diverso e dello straniero; il conformismo travestito da trasgressione; l’ipocrisia di accusare gli altri, mentre si fanno le stesse cose; la rassegnazione al degrado ambientale ed etico; lo sfruttamento di tanti uomini e donne”.

Questo virus, precisa il papa, può essere respinto soltanto con gli anticorpi del Vangelo, che consistono nel prendere consapevolezza che tutti noi siamo, per un motivo o per l’altro, “pastori” nei confronti delle “pecore”, del “popolo”. Senza questa consapevolezza come pretendere “pastori” che si dedicano al bene del “gregge” con soluzioni sagge e giuste?

Pensiamo a quella donna aggrappata a una tavola sul punto di affogare. È agghiacciante che invece di cercare insieme come fare in modo che non succeda più, sia tra le autorità (vedi i telegiornali), sia tra gente (vedi i social network) ce se ne serva per lanciarsi accuse e rimpallarsi le responsabilità.
Prendiamo sul serio il “guai ai pastori che fanno perire e disperdono il gregge del mio pascolo” di Dio.
È per noi.

Fonte: Paoline

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XVI DOMENICA DEL TEMPO ORDINARIO – ANNO B

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Un profeta non è disprezzato se non nella sua patria.

Dal Vangelo secondo Marco
Mc 6, 30-34

Erano come pecore che non hanno pastore.

30Gli apostoli si riunirono attorno a Gesù e gli riferirono tutto quello che avevano fatto e quello che avevano insegnato. 31Ed egli disse loro: «Venite in disparte, voi soli, in un luogo deserto, e riposatevi un po’». Erano infatti molti quelli che andavano e venivano e non avevano neanche il tempo di mangiare. 32Allora andarono con la barca verso un luogo deserto, in disparte. 33Molti però li videro partire e capirono, e da tutte le città accorsero là a piedi e li precedettero.
34Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, ebbe compassione di loro, perché erano come pecore che non hanno pastore, e si mise a insegnare loro molte cose.

Parola del Signore

Fonte: LaSacraBibbia.net

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