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Commento al Vangelo del 14 Ottobre 2018 – Comunità Kairos

Preparare tempi nuovi

Questa pagina evangelica si trova all’interno di una sezione del vangelo di Marco dedicata al rapporto con i discepoli (9, 14 – 16, 18). Al cristiano sono offerti esempi molto concreti di come percorrere la via del Signore nella vita quotidiana: «attraverso l’accoglienza reciproca nel matrimonio (10, 1-12), attraverso il modello di ricettività e dipendenza dei bambini (10, u13-16), attraverso un attento discernimento nei confronti delle ricchezze e delle loro seduzioni (10, 17- 30)»1.

Al centro del racconto di Marco c’è la chiamata a seguire Gesù senza togliere lo sguardo dagli eventi drammatici che si compiranno a Gerusalemme (10, 32-34). In una sorta di «teologia narrativa», più che riportare delle parole di Gesù, Marco fa parlare i fatti, gli eventi2. Da una parte, l’evangelista «ci presenta il fallimento di una chiamata. Il comando di Gesù – va’, vendi, vieni, seguimi – viene disatteso e il suo amore – lo amò (v. 21) viene frustrato»3. Dall’altra parte – alla fine del capitolo – la guarigione del cieco di Gerico, che si mette a seguire Gesù lungo la via (10, 52), disegna il discepolo come un «malato guarito», un cieco che ha recuperato la vista e che ormai segue il Signore nella via della vita. È questo l’ultimo «miracolo» del vangelo4. Per seguire il Signore nel suo cammino verso la croce bisogna qui essere guarito dalla cecità che impedisce di vedere oltre alla logica del mondo, perché chiunque voglia diventare grande tra voi, sarà vostro servo (10, 42-45; 9, 35; 8, 33-35). È proprio questa tensione tra successo e insuccesso a generare significato e a comunicare qualcosa su come vivere la sequela di Cristo nella complessità del reale.

Sentieri dell’interpretazione: rinuncia al possesso e abbandono fiducioso alla volontà di Dio

La Parola di questa domenica si sviluppa intorno a una questione posta ben due volte: cosa farò per ricevere la vita eterna? (v. 17) – chiede un tale che aveva molte ricchezze (v. 22). Anche i discepoli si dicevano l’un l’altro: E chi può essere salvato? (v. 26). Le risposte date da parte di Gesù (vv. 21.29-30) sono profondamente sconvolgenti per i suoi interlocutori, come se il maestro buono (v. 17) mettesse in atto una sorta di pedagogia dello scandalo!5 Del resto il suo messaggio centrale è pienamente scandaloso: non c’è salvezza senza la croce del Figlio di Dio (10, 44-45). In altre parole, la salvezza della propria vita è il suo dono.

Per entrare nel regno di Dio, non ci sono meriti o diritti acquisiti da accampare, come potrebbe sembrare dai ragionamenti di coloro che in questo brano desiderano percorrere la via della salvezza. L’uomo ricco, ben istruito nella conoscenza della Scrittura si aggrappa nella sicurezza di una vita rispettosa dei comandamenti, sin dalla giovinezza (v. 20). Anche i discepoli che hanno lasciato casa o fratelli o sorelle o madre o padre o figli o campi per seguire Gesù, s’illudono di aver già fatto da soli tutto il necessario per ricevere la vita eterna (v. 28).  Nei due casi

– guardate le dovute differenze – il ragionamento essenziale segue nella stessa direzione, verso la via dell’auto-salvezza. L’uomo ricco non resiste alla potente passione dell’avere e rimane imprigionato nell’illusione di uno stato di auto-sufficienza che i molti beni producono, con la loro pretesa di stabilità e sicurezza. Anche il discepolo di Gesù – che ha già lasciato tutto per seguirlo (v. 28) – può avere il suo dinamismo spirituale bloccato dall’incapacità di «restare sotto» (hypomoné), di resistere al potere avverso delle cose e di farsi carico, sia volentieri sia contro voglia, persino delle persecuzioni (v. 30; Mc 8, 31-35).

Nell’imminenza del terzo annuncio della passione (10, 32-34), mentre ci avviciniamo sempre di più ai piedi della croce di Cristo, il «maestro buono» insegna ai ricercatori della via ciò che è buono-bene (Mt 19, 17), testimoniando con la propria vita ciò che insegna: non una pratica religiosa disincarnata, perché incapace di sostenere/sopportare (hypomonè) il peso della creazione; non una vita ascetica incapace di «restare sotto», cioè di accettare/accogliere con fiducia le cose come sono, sostenendo persino il disaccordo; non un’esperienza credente svuotata da quella forza che rende l’uomo capace di prendere la propria croce e camminare nella via del Signore (Mc 8, 34). In altre parole, non c’è vita nuova in un cristianesimo senza la resa della croce, cioè senza rinuncia al possesso e abbandono fiducioso nella mano di Dio.

Le soglie da varcare nel cammino di autoliberazione

Per entrare nel regno c’è da percorrere un cammino di autoliberazione, nel senso di affrancarsi da se stessi e non di liberarsi da soli…. L’uomo riesce a varcare una prima tappa in questo cammino, quando inquieto, riconosce che gli manca qualcosa, nonostante viva nell’abbondanza economica e nella stima sociale. La percezione di un deficit e il desiderio di colmarlo fanno dell’uomo ricco del racconto evangelico un essere di ricerca che non teme di varcare il confine della sua abitazione per incrociare la via di un tale di nome Gesù. In verità, «solo il desiderio di altro e d’incontri di senso fa dell’io murato in se stesso, nelle sue sicurezze e nelle sue paure un “homo viator”, una creatura della strada», capace di andare incontro ai «veicoli della Sapienza di Dio fatta carne in Gesù»6.

La prima indicazione della via da intraprendere per pervenire alla meta della vita eterna «è la via del bene a cui si accede, suggerisce Gesù, varcando la soglia della Legge-Torà». Legge che Gesù esprime citando i comandamenti della «seconda tavola che si riferiscono ai doveri verso il prossimo (v. 19); precetti da leggersi alla luce dell’“amerai il prossimo tuo come te stesso” (Lv 19, 18)». Una soglia, questa della custodia dell’altro – il cui volto chiede, di «non essere violato in sé, nei suoi affetti, nei suoi pensieri e nelle sue cose» -, attraversata dal ricco (v. 20). In questa nuova tappa dell’esodo verso la ragione vera che sostiene e dirige la propria vita, il «mendicante di frammenti di luce» riceve uno sguardo d’amore di Gesù accompagnato da una parola che lo chiama in modo personale: Una cosa sola ti manca: va, tutto quello che hai vendilo e dallo ai poveri e avrai un tesoro in cielo; e vieni! Seguimi! (v. 21)7.

Improvvisamente il passo spinto della corsa iniziale si fa pesante, affaticato; e l’uomo ricco e triste cambia direzione, andando lontano da Gesù (v. 22). Nonostante inizialmente fosse inginocchiato davanti al maestro buono, quel tale (v. 17) rimane senza nome proprio (v. 22), non riuscendo ad acquistare ciò che gli mancava per essere compiutamente se stesso: «il perdersi per un amico e il perdere per i poveri». Infedele al desiderio che l’aveva spinto a rivolgersi con ardore a Gesù, il ricco si allontana dalla via della vita, varcando la soglia dell’oscurità e della tristezza. A causa di un amore più grande – la ricchezza – abbandona la strada della donazione totale di ciò che si ha a vantaggio del povero/debole; non riesce ad andare oltre e divenire compagno di viaggio di un amico trovato sulla via della dedizione incondizionata di sé. In effetti, «la luminosità e la gioia di chi si consegna all’orizzonte del dono lasciano il posto all’oscurità e alla tristezza figlie della conservazione di sé e di ricchezze murate»8. Non basta allora inginocchiarsi davanti a Dio, in una posizione di apparente sottomissione, se non si è disposti a scavare dentro il proprio cuore per togliere le croste dell’egoismo, fino a poter rinunciare/donare quello di più prezioso che si ha: le ricchezze materiali, il tempo, la propria parola e persino il proprio corpo.

In questa via della vita il mondo interiore non può rimanere un terreno incolto, una terra inesistente e sconosciuta; bisogna prendere la pena di ararlo finché l’intelligenza sia purificata da ogni interesse personale. Ascoltare dentro il nostro «cuore pensante»9, abituarsi a vedere ciò che scorre in profondità – in noi stessi, negli altri e nel mondo – e saperne cogliere la verità senza deformarla con le proiezioni dell’io psicologico (desideri, gelosie, paure…). Ecco allora che «quanto meno ti aspetti, tanto più ricevi» (Etty Hillesum).

  • 1 A. GUIDA, Vangelo secondo Marco, 641.
  • 2 E. BIANCHI, Perché avete paura?, 36.
  • 3 L. MANICARDI, Domenica 14 ottobre 2012, 1.
  • 4 E. BIANCHI, Perché, 21.
  • 5 Ibid., 36.
  • 6 G. BRUNI, Il ricco e la soglia. Commento al Vangelo (10.10.2012), 1.
  • 7 Ibid., 2.

Fonte: Comunità Kairos (Palermo)

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