p. Giovanni Nicoli – Commento al Vangelo del 25 Aprile 2019 – Lc 24, 35-48

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Come si fa ad essere sconvolti e pieni di paura quando incontriamo un amico? Un amico che ci dona pace come saluto, come lo accogliamo noi? È chiaro che questo amico lo abbiamo visto morire, ma ora è vivo ed è qui in mezzo a noi, come mai siamo così impauriti?

Noi suoi apostoli, suoi discepoli, viviamo continuamente questa paura, siamo terrorizzati dal doverlo incontrare. Eppure noi quando conosciamo chi incontriamo e con lui ne abbiamo un buon rapporto viviamo pace.
Un bambino piccolo è intimorito quando incontra un estraneo. Tale paura si cambia in pace, in pacificazione, appena compare il volto della mamma o della nonna, un volto conosciuto. La pace è qualcosa che si respira e che noi alimentiamo o neghiamo con le nostre presenze. Non solo, la pace noi la alimentiamo o la neghiamo a partire dal come respiriamo, dal come respiriamo l’altro. I discepoli di Emmaus non hanno fatto un passo in avanti nella pacificazione di sé, fino a quando non hanno respirato bene il Risorto che camminava con loro. I discepoli di fronte al Risorto che viene a loro col dono della pace, lo respirano male, ne hanno paura, lo credono un fantasma, sono sconvolti. Eppure tra di loro parlavano già del fatto che il Signore era risorto. Non solo, ma erano appena giunti a loro trafelati, i due di Emmaus dicendo ci come lo avevano riconosciuto allo spezzare il pane.

Credo che uno degli elementi portanti di questa loro incapacità a respirare il Risorto sia dato dall’esperienza della croce. Le donne lo cercano fra i morti al sepolcro: a loro viene chiesto “perché cercate fra i morti colui che è vivo?”. I due di Emmaus discorrono sul fatto che Gesù è stato crocifisso e di come questo fatto è divenuto una uccisione della loro speranza, per loro che speravano “che fosse lui colui che stava per riscattare Israele”. Loro sono sconvolti da quanto riportato dalle donne che hanno udito angeli a dire loro che Lui è vivo.

L’esperienza della croce è esperienza che segna la vita dei discepoli, come segna la vita di ognuno di noi. Le nostre esperienze ci riempiono di paure e di fantasmi che uccidono la pace in noi. Gesù viene a far risuscitare in noi questa pace. Questa è pace che si respira, è pace del cuore, è pace della mente, è pace del nostro agire. Per fare questo spiega a noi, come lo ha spiegato ai due di Emmaus prima e agli Undici poi, cosa è l’esperienza della croce.

Basta col basso dolorismo con cui riempiamo le nostre esistenze dipingendo Dio come nostra immagine e somiglianza. Noi siamo a sua immagine somiglianza, non Lui a nostra immagine. “O senza testa e lenti di cuore –ci dice Gesù rivolgendosi ai due di Emmaus- non bisognava forse che il Cristo patisse queste cose?”. Così agli Undici riuniti spalanca loro la mente raccontando che quanto Lui ha vissuto è frutto di dono per potere salvare il mondo chiamandolo a risurrezione e a speranza nuova.
La pace che Lui ci dona è frutto di una comprensione nuova della sua esperienza. La sua passione è dono di gratuità. La sua Parola non chiacchiera vuota ma Parola di gratuità. Il suo agire fino alla morte di croce è dono di amore, non è scelta di dolore.

Comprendere la sua presenza vedendo oltre il nostro naso e udendo cose inaudite, è dono di pace. È ritornare a respirare aria buona, aria limpida e pura, aria che sa di Lui. Vedere Lui, come un bimbo può vedere la mamma; sentire e riconoscere il profumo della sua presenza; udire la voce che dice Lui Parola; è via perché il cuore si acquieti e, riempito dal dono del Risorto che è la pace, ritorni a vivere in modo nuovo e in modo vero.

Un cuore risorto che, libero da fantasmi e paure che abitano la nostra esistenza, diventi scommessa per vivere in pace la pace che il Pacificatore ci dona dall’alto della Croce dove possiamo intravvedere il Risorto che si staglia sulle nostre vite, è il vero dono vitale per la nostra vita. Così l’invito di Gesù ad essere testimoni di queste cose, non sarà nulla di speciale, ma semplicemente una logica conseguenza di quello che siamo e di quello che siamo diventati: dei pacificati testimoni del Pacificatore.

Commento a cura di p. Giovanni Nicoli.

Fonte – Scuola Apostolica Sacro Cuore

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Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno.

Dal Vangelo secondo Luca
Lc 24, 35-48

In quel tempo, [i due discepoli che erano ritornati da Èmmaus] narravano ciò che era accaduto lungo la via e come l’avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona stette in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». Sconvolti e pieni di paura, credevano di vedere un fantasma. Ma egli disse loro: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa, come vedete che io ho». Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi.

Ma poiché per la gioia non credevano ancora ed erano pieni di stupore, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.

Poi disse: «Sono queste le parole che io vi dissi quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente per comprendere le Scritture e disse loro: «Così sta scritto: il Cristo patirà e risorgerà dai morti il terzo giorno, e nel suo nome saranno predicati a tutti i popoli la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. Di questo voi siete testimoni».

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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