Monastero di Bose – Commento al Vangelo del giorno – 18 Febbraio 2019

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“Gesù uscì di casa e si sedette in riva al mare”. Si getta sul mare uno sguardo che ha sempre qualcosa di perduto, mi diceva un anziano… e forse questo stesso sentimento accompagna questa indimenticabile parabola dei terreni. Solo chi, almeno in un’ora della sua vita, si è sentito perduto, non fa più graduatorie, non conosce più preferenze, ma un insieme di situazioni che possono anche succedersi nel tempo, essere superate, e poi ritornare, fino alla fine. Così è di questi terreni, che Gesù conosceva così bene. Non si dice che uno sia preferibile all’altro. Non si dice qual è il frutto di cui parla Gesù. Sono situazioni diverse, che tutti prima o poi viviamo, nessuna esclusa.

È una lettura della condizione umana dal di dentro, da chi l’ha attraversata senza esenzioni. E questi quattro “terreni”, se teniamo conto della terna cento, sessanta e trenta, diventano in realtà sette, sono una totalità e una pienezza, tutta la vita dell’uomo.

Il vangelo non dice che un terreno è meglio dell’altro. Gesù ha troppo rispetto per la vita, l’ha ascoltata troppo in profondità per attardarsi a dare pagelle. Dice solo: “Chi ha orecchi per ascoltare ascolti!”, un’esortazione, una domanda che giunge fino a noi. Sappiamo “ascoltare il vento sulla propria pelle”, “sentire gli odori delle cose, catturarne l’anima”, avere “la carne a contatto con la carne del mondo”? (Alda Merini). Perché questo è, in definitiva, ascoltare.

Chi di noi non si è trovato, o si troverà, nella prima situazione-terreno, in una sterilità assoluta, e sente che gli è stato portato via ciò che aveva di più caro? O nella seconda, in un entusiasmo che non ha fondamenta, che è stacco dalla realtà, che può portare anche a una grande aridità, fino alla depressione? Oppure, come nel terzo terreno, si sente soffocare, perché vittima della propria sovrabbondanza o dei pesi troppo grandi impostigli? E, tuttavia, chi di noi non sperimenta anche, almeno per un attimo, che la propria vita ha un senso, più o meno visibile: cento, sessanta e trenta?

Penso al finale del film “Diamanti di sangue”, quando il protagonista capisce che non è tanto il diamante rosa, inseguito per tutta la vita, che vale, quanto poter dire a qualcuno: ”Sono felice di averti incontrato, sai? Ora sono esattamente dove devo essere”. I terreni della vita in cui noi cadiamo e magari ci perdiamo, possono dare questo frutto, fatto non di imprese straordinarie, ma dal poter dire a qualcuno in semplicità: “Sono davvero felice di averti incontrato”. Quell’incontro è la dimora della pace.

Avevo un amico dalla vita disordinata, dagli orari impossibili, persona di straordinaria umanità, non da tutti compresa, e prima di andarsene mi confessò un suo segreto: ”Sono sempre andato a letto qualche minuto più tardi degli altri, per avere qualche minuto di più da raccontare!”. Questa umanità che abbraccia, consola e benedice è il tesoro del campo, la perla preziosa. Chi ha attraversato i “terreni” di cui ci parla Gesù può dare il frutto di tale radiosa, umilissima umanità.

fratel Lino

Fonte

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Mc 8, 11-13
Dal Vangelo secondo Marco

In quel tempo, vennero i farisei e si misero a discutere con Gesù, chiedendogli un segno dal cielo, per metterlo alla prova.
Ma egli sospirò profondamente e disse: «Perché questa generazione chiede un segno? In verità io vi dico: a questa generazione non sarà dato alcun segno».
Li lasciò, risalì sulla barca e partì per l’altra riva.

C: Parola del Signore.
A: Lode a Te o Cristo.

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