Commento al Vangelo del 5 Maggio 2019 – don Luciano Labanca

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Dal timore all’amore

Il brano di questa domenica del tempo di Pasqua è tratto dal capitolo 21 del Vangelo di Giovanni, che secondo gli studiosi rappresenta un’elaborazione successiva della comunità giovannea aggiunta al nucleo più antico del IV Vangelo. Viene presentata un’apparizione del Risorto a 7 discepoli, radunati attorno a Pietro, sul lago di Tiberiade, mentre dopo i fatti pasquali sono intenti a tornare alla loro vecchia occupazione, quella di pescatori.

Con la risurrezione di Gesù essi hanno una carica nuova, sanno che non sono più soli, ma pensano di dover riempire il loro tempo e lo fanno nel modo che conoscono, quello della loro antica professione. Gesù si fa presente, ma i discepoli non lo riconoscono. É evidente che il Cristo Risorto non è più riconoscibile in quella familiarità ed emotività che i discepoli avevano con Lui durante la sua vita terrena: il suo corpo è ormai glorioso ed egli è riconoscibile nella Chiesa soltanto attraverso gli occhi rinnovati della fede. Accogliendo l’esortazione augurale di questo “sconosciuto” a gettare la rete dalla parte destra della barca, i discepoli ottengono un risultato insperato: la loro rete, precedentemente vuota, trabocca di molti pesci.

La Parola del Maestro, per il frutto realizzato, viene riconosciuta dal discepolo amato, la cui fede va più veloce di quella degli altri. Da ciò scaturisce la professione di fede pasquale: “è il Signore, il Risorto!”. La comunità radunata lo riconosce, quindi Pietro con il suo entusiasmo si getta subito in mare per raggiungerlo, “l’amore di Cristo lo sospinge” (cfr. 2Cor 5,14). L’atto di fede della comunità crea movimento: chi incontra il Signore, non può rimanere fermo, ma cammina velocemente verso di Lui e i fratelli. La seconda parte del racconto presenta un singolare banchetto imbandito da Gesù sulla riva, a base di pane e di quei 153 grossi pesci tratti dalla rete traboccante, numero probabilmente riconducibile ad un ricordo personale dell’Evangelista testimone della scena.

L’invito del Signore a mangiare è un richiamo simbolico al vero banchetto della Chiesa, l’Eucaristia, nella quale Cristo si fa cibo e bevanda della comunità in cammino, in attesa del suo ritorno glorioso. Dalla Parola del Maestro, quindi, scaturisce la fede della comunità pasquale, che si raduna attorno all’altare ogni domenica, Pasqua della settimana, per nutrirsi del suo Corpo e del suo Sangue. La comunità rinnovata viene poi affidata a Pietro, capo del collegio apostolico, che dopo i tre rinnegamenti nella notte della Passione, viene riabilitato dal Risorto con le tre domande sull’amore. Scrive Sant’Agostino, commentando questo episodio: “il Signore domanda a Pietro ciò che già sapeva. Domanda, non una sola volta, ma una seconda e una terza, se Pietro gli vuol bene; e altrettante volte niente altro gli affida che il compito di pascere le sue pecore.

Così alla sua triplice negazione corrisponde la triplice confessione d’amore, in modo che la sua lingua non abbia a servire all’amore meno di quanto ha servito al timore, e in modo che la testimonianza della sua voce non sia meno esplicita di fronte alla vita, di quanto lo fu di fronte alla minaccia della morte” (Commento al Vangelo di Giovanni, omelia 123,5).

Fonte – il blog di don Luciano

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