Paolo de Martino – Commento al Vangelo di domenica 2 Agosto 2020

Il miracolo di oggi, la moltiplicazione dei pani, è l’unico miracolo raccontato da tutti e quattro gli evangelisti. Addirittura, Mc e Mt lo raccontano due volte.

Prima del miracolo la cosa che impressiona di più di questa pagina del vangelo è il bisogno che la gente ha di Gesù tanto da mettersi a cercalo in tutti i modi e di seguirlo a piedi. È un bisogno che non è mai venuto meno lungo tutta la storia. Anche in un mondo come il nostro che sembra così distante dalla religione o dalla fede, c’è una così grande sete di Cristo che basta anche solo una piccola esperienza in cui Lui è realmente presente a creare immediatamente una folla.
Il popolo ha naso nel capire se quello che stiamo dicendo è davvero di Cristo oppure no.
Sente subito se una cosa è vera oppure è una delle tante fake vendute dal mercato del mondo. Ecco perché Gesù nel vedere tutto questo bisogno di senso e di amore da parte della gente, prova per loro una immensa compassione e si mette subito all’opera per guarire ciò che più li fa star male.
Ma non si limita solo a far questo, si preoccupa anche concretamente di loro.
È sempre grande la tentazione di separare lo spirituale dal materiale.
Si crede che lo spirituale sia una forma astratta che si arresta non appena inizia concretamente un bisogno materiale, mentre invece lo spirituale consiste anche nel prendere sul serio i bisogni materiali delle persone.

La fame, dunque. Fame di cibo, di giustizia, di senso, di pace.
Gesù conosce la fame, la nostra fame la vede, Dio non è sbadato, e chiede ai dodici di aiutarlo, di trovare una soluzione.
Panico, amici. Ma Dio non ci serve proprio a risolvere i problemi?
Cos’è questa storia, che ce ne facciamo di un Dio che ci chiede di aiutarlo?

Cos’è la Chiesa? Una holding del sacro? Un vecchio baraccone che custodisce antichi riti? L’esperienza di Chiesa che vive Matteo diversa, racchiusa in quel gesto ingenuo e potente dell’offrire la propria merenda al Signore perché con essa sfami l’umanità.
L’umanità ha fame, amici.
Fame che Dio sazia, non noi. Fame che Lui vede, non noi, che commuove Dio e un poco anche noi discepoli.
Il mosaico di luce che il Maestro vuole disegnare ha bisogno anche di noi.
A Dio piace di coinvolgere i suoi discepoli nel suo sogno di pace, e Dio chiede, al solito. “Date loro voi stessi da mangiare”.
I discepoli parlano di comprare, Gesù parla di dare. Apre un altro modo di essere: dare senza calcolare, dare senza chiedere, generosamente, gratuitamente, per primi.
A noi, che quotidianamente preghiamo: “Dacci oggi il nostro pane”, il Signore risponde: “Voi date il vostro pane”. “Dacci”, noi invochiamo. “Donate”, ribatte lui.
Signore, noi crediamo in te e ti preghiamo e ti veneriamo appunto per non dover far nulla!
Noi vogliamo sempre credere in te, Dio di ogni Potenza, proprio perché tu ci tolga dai guai e sbrogli le nostre matasse! Non è forse l’idea di Dio che preferiamo?
Un Dio che vede la sofferenza e ascolta la preghiera dei suoi servi e li esaudisce?
Gesù, invece, chiede collaborazione, coinvolge.
Quando nella nostra preghiera chiediamo: “Signore ferma le guerre!”, Dio ci risponde: “Tu per primo diventa costruttore di pace”; quando lo invochiamo dicendo: “Aiuta quella persona malata”, Dio ci dice: “Tu diventa mia consolazione per lei”.

Da nessuna parte in questo testo, ma nemmeno negli altri Vangeli, troviamo il verbo “moltiplicare”. Il vero miracolo su cui l’evangelista vuole attirare la nostra attenzione, non è il gesto magico di Gesù che con una bella formuletta riempie le ceste di fragranti pagnotte. Il vero miracolo è la condivisione, è il pane spezzato che sazia la fame di chi ascolta la Parola, è la logica nuova dell’amore e della fraternità che libera dalla schiavitù del possesso e dall’ansia della conquista.
Ogni scusa è buona per aggirare la richiesta. Non siamo capaci, non abbiamo i mezzi, non abbiamo sufficiente fede, abbiamo troppa zizzania nel cuore. Gesù insiste: a lui serve ciò che sono, anche se ciò che sono è poco.
La sproporzione è voluta: pochi pani e pesci per una folla sterminata. E’ una situazione che produce disagio, sconforto, la stessa sensazione che proviamo noi quando cerchiamo di annunciare la Parola, di porre gesti di solidarietà, di bene.
Incontro i miei ragazzi e sto con loro un’ora a settimana: giochiamo, parliamo, annuncio loro il bel modo di vivere che aveva Gesù… poi escono, e per un’intera settimana sentiranno e vivranno il contrario: violenza, egoismo, opportunismo.
Vivo come uomo di pace… e i miei colleghi d’ufficio ne approfittano e mi fregano.
Consacro la mia vita al Vangelo…e la gente pensa che sia una specie di funzionario di Dio.
Occorre arrendersi? No: il nostro è un gesto fecondo se accompagna l’opera di Dio.
E’ segno profetico che imita l’ampio gesto del seminatore. E’ icona di speranza che imita la pazienza verso la zizzania del padrone del campo.
Raccolsero gli avanzi in dodici ceste. Una per ogni tribù, una per ogni mese. Tutti mangiano e ne rimane per tutti, e per sempre. E hanno valore anche gli avanzi, le briciole, il poco che sei, il poco che sai fare, il bicchiere d’acqua dato.
Nulla è troppo piccolo di ciò che è donato con tutto il cuore. L’unico merito che i cinquemila possono vantare, l’unico loro diritto al pane la fame. Davanti a Dio mio vanto esclusivo è il bisogno. Davanti a Dio non c’è nulla di meglio che essere nulla!

Coraggio amici! Nessuna difficoltà ci può separare dall’amore di Cristo.
Siamo chiamati a donare quel poco che abbiamo, a condividere con inattesa incoscienza tutto ciò che siamo, per somigliare almeno un poco a questo Dio che riempie i cuori.
Un Dio adulto che ci crede e ci rende capaci di cambiare il volto della Storia.
Questa è la Chiesa, quella del cuore di Dio, non quella delle nostre elucubrazioni: l’insieme di coloro che hanno conosciuto l’immensa tenerezza di Dio e che mettono a disposizione ciò che sono, ciò che fanno, perché Dio sazi l’umanità stanca.
La bella notizia di questa Domenica? Se il Signore sarà il nostro vero affamatore, sapremo dare pane a chi ha fame, e accendere fame di cose grandi in chi è sazio di solo pane.


AUTORE: Paolo di Martino
FONTE: Sito web
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