É L’AMORE CHE VINCE LA MORTE
Mc 12,18-27
La storiella paradossale
di una donna,
sette volte vedova
e mai madre,
è adoperata dai sadducei
come caricatura
della fede
nella risurrezione
dei morti:
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di quale dei sette fratelli
che l’hanno sposata
sarà moglie quella donna
nella vita eterna?
Per loro
la sola eternità possibile
sta nella generazione
di figli,
nella discendenza.
Gesù, come è solito fare
quando lo si vuole
imprigionare
in questioni di corto respiro,
rompe l’accerchiamento,
dilata l’orizzonte e
«rivela che non
una modesta eternità
biologica è inscritta
nell’uomo
ma l’eternità stessa di Dio»
(M. Marcolini)
Quelli che risorgono
non prendono moglie
né marito.
Facciamo attenzione:
Gesù non dichiara
la fine degli affetti.
Quelli che risorgono
non si sposano,
ma danno e ricevono
amore ancora,
finalmente capaci
di amare bene,
per sempre.
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Perché amare è
la pienezza dell’uomo
e di Dio.
Perché ciò che
nel mondo è valore
non sarà mai distrutto.
Ogni amore vero
si aggiungerà
agli altri nostri amori,
senza gelosie
e senza esclusioni,
portando non limiti
o rimpianti,
ma una impensata capacità
di intensità e di profondità.
Saranno come angeli.
Gesù adopera l’immagine
degli angeli per indicare
l’accesso ad una realtà
di faccia a faccia con Dio,
non per asserire
che gli uomini
diventeranno angeli,
creature incorporee
e asessuate.
No, perché
la risurrezione della carne rimane un tema cruciale
della nostra fede,
il Risorto dirà:
non sono uno spirito,
un fantasma
non ha carne e ossa
come vedete che io ho
(Lc 24,36).
La risurrezione
non cancella il corpo,
non cancella l’umanità,
non cancella gli affetti.
Dio non fa morire
nulla dell’uomo.
Lo trasforma.
L’eternità non è durata,
ma intensità;
non è pallida
ripetizione infinita,
ma scoperta
«di ciò che occhio
non vide mai,
né orecchio udì mai,
né mai era entrato
in cuore d’uomo…»
(1Cor 2,9).
Il Signore è
Dio di Abramo,
di Isacco,
di Giacobbe.
Dio non è
Dio di morti,
ma di vivi.
In questo «di»
ripetuto 5 volte
è racchiuso
il motivo ultimo
della risurrezione,
il segreto dell’eternità.
Una sillaba breve
come un respiro,
ma che contiene
la forza di un legame,
indissolubile e reciproco
e che significa:
Dio appartiene a loro,
loro appartengono a Dio.
Così totale è il legame,
che il Signore fa sì che
il nome di quanti ama
diventi parte
del suo stesso nome.
Il Dio più forte della morte
è così umile da ritenere
i suoi amici
parte integrante di sé.
Legando la sua eternità
alla nostra, mostra che
ciò che vince la morte
non è la vita,
ma l’amore.
Il Dio di Isacco,
di Abramo,
di Giacobbe,
il Dio che è mio
e tuo,
vive solo se Isacco
e Abramo sono vivi,
solo se tu e io vivremo.
La nostra risurrezione
soltanto
farà di Dio
il Padre per sempre.
Per gentile concessione di p. Ermes, fonte.
